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Una nuova governance del farmaco?

Si sta per aprire una settimana importante per la sanità italiana. Dopo che si sarà riunito il Tavolo su farmaci e dispositivi medici, probabilmente si saprà il nome della persona che subentrerà a Mario Melazzini – il cui mandato scadrà il 4 settembre e si è già congedato pubblicamente – alla direzione generale dell’Agenzia italiana del farmaco.

Si chiede un governo dei medicinali nuovo e, soprattutto, diverso. Ma è una cosa complicata e la prova è nel fatto che in nessun paese del mondo è stata messa in atto una governance capace di mettere d’accordo tutti i portatori di interesse: cittadini, industrie, payors, decisori politici nazionali e regionali. Una delle questioni aperte più rilevanti è proprio quella del rapporto tra istituzioni pubbliche e imprese private.

The pharmaceutical industry gets a bad press. Some of the criticism is surely deserved, but the widespread notion that academia is morally superior is ridiculous. Richard P. Grant, The Guardian

Nella foto in alto: Derek Σωκράτης Finch, Unclaimed steps and thin shadows. Flickr Creative Commons.
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2 Comments

Robo

Dottore, a me parrebbe che l’unico modo per rendere l’accademia del tutto indipendente dall’industria sarebbe che i finanziamenti siano pubblici. Non crede che, visti i costi della ricerca oggi, in questi termini la cosa sia impossibile da attuare?

Riguardo il costo dei farmaci mi pare che in Italia siamo più avanti degli altri, visto che, se ho letto cosa giuste, i nostri costi tendono a essere più bassi e il regolamento AIFA sul riconoscimento dell’innovatività delle nuove immissioni sul mercato mi pare ben fatto anche se, onestamente, non sono riuscito a capire se condizioni anche il prezzo del farmaco, cosa che sarebbe ragionevole. Lei che ne pensa?

Al di là di questo ci sono modi, per lei attuabili, per mantenere profittevole la ricerca per le aziende e contemporaneamente salvaguardare la sostenibilità economica della spesa farmaceutica? (Posto che le aziende sono soggetti privati che marginalizzano il guadagno su un pool di prodotti, alcune dei quali sono una perdita netta), visto che non vedono la luce del mercato)

Una volta lessi una critica anche alle scelte di investimento delle stesse aziende nella ricerca che non andrebbero in direzione dei reali bisogni dei pazienti. La cosa mi lasciò un po’ interdetto perché la scelta di investire su un mercato potenzialmente più ricco da parte delle aziende del farmaco dovrebbe essere legata anche al numero di potenziali beneficiari. É pur vero che alcuni ambiti sono fortemente remunerativi (oncologia, diabete, malattie reumatiche) ma é altrettanto vero che andare oltre il rapporto costi-benefici dei classici farmaci di vasto utilizzo (antipertensivi, statine, PPI) é veramente difficile andare. Il problema mi sembra legato solo agli antibiotici e alle malattie rare: mi sbaglio?

Saluti e mi scusi se sono stato prolisso ma pur lavorando da tanti anni nel farmaco spesso annaspo senza trovare le risposte che cerco…

Luca De Fiore

Di nuovo buongiorno Robo. Le persone che guardano con un occhio più critico alle politiche delle industrie farmaceutiche sottolineano come i profitti, in questo settore, raggiungano livelli molto più alti rispetto ad altri comparti industriali, facendo leva sul “bene-salute” per – come dire? – alzare la posta. Inoltre, spesso il valore delle terapie non sembra essere tale da giustificare costi dei trattamenti molto, molto elevati: il vantaggio marginale è modesto ed è enfatizzato dalle attività di marketing. Difficile trovare delle soluzioni: forse, un’attività regolatoria più attenta potrebbe tutelare maggiormente i cittadini e restituire prestigio e credibilità a un settore industriale – come quello farmaceutico – che non gode più di molta popolarità.


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