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Il grande caos delle riviste scientifiche

E’ una delle spese invisibili del servizio sanitario nazionale: quella per gli abbonamenti alle riviste e alle banche dati. In Italia nessuno ne parla, lasciando i bibliotecari e i responsabili della formazione alla mercè degli editori che con impressionante regolarità aumentano i prezzi dei periodici anno dopo anno e senza alcuna giustificazione.

The current system for scholarly communication must change, and our only option is to cancel deals when they don’t meet our demands for a sustainable transition to open access. Astrid Söderbergh Widding, preside della università di Stoccolma.

Nel Regno Unito, solo considerando gli abbonamenti alle riviste delle cinque principali case editrici (Reed-Elsevier, Springer, Wiley-Blackwell, Taylor & Francis e Sage), la spesa delle istituzioni è di circa 4 milioni di sterline l’anno. Negli ultimi 4 anni l’aumento è stato del 19,8 per cento. Nel 2017, un’istituzione come la London School of Economics ha speso 1,5 milioni di sterline per l’accesso alle fonti. La discussione sulla crescita della spesa per l’acquisizione delle fonti di informazione si accompagna in diverse nazioni europee e in nord America al dibattito sull’opportunità di premiare con un’attenzione quasi esclusiva le riviste pubblicate in modalità open access: il consorzio svedese Bibsam ha annunciato che il contratto con Elsevier non sarà rinnovato oltre il 30 giugno 2018. (1) Qualcosa di simile è accaduto in Francia, dove l’editore colpito è stato Springer (2), che per effetto della resistenza delle istituzioni francesi sembra abbia perso circa 5 milioni di euro. Circa 200 università e istituti di ricerca tedeschi hanno lasciato scadere i loro abbonamenti a Elsevier, mentre le istituzioni in Svezia hanno scelto di seguire l’esempio, anche in questo caso nelle dispute con Elsevier.

C’è da dire che questa scelta espone comunque a una spesa non trascurabile tutte le istituzioni che partecipano attivamente alla produzione di letteratura scientifica. Anche se si paga per pubblicare e non per leggere, sempre di soldi pubblici si tratta. E’ utile, però, confrontare la spesa di un consorzio come Bibsam per abbonamenti a riviste Elsevier (12 milioni di euro l’anno) e per le spese di pubblicazione di articoli di propri ricercatori sempre su riviste Elsevier (1,3 milioni di euro l’anno per circa 4 mila articoli).

 

 

Però, anche in caso di mancato rinnovo degli accordi alcuni editori lasciano aperto l’accesso alle istituzioni per timore che clinici e ricercatori si abituino a scaricare gli articoli da portali come Sci-Hub (3) che nonostante sia palesemente illegale è usato da “tutti” (4), anche da chi avrebbe normalmente accesso a quelle fonti vuoi perché sottoscritte dalla propria istituzione di appartenenza, vuoi perché comunque ad accesso aperto come dimostra una ricerca svolta all’università di Utrecht (vedi anche la tabella qui sotto) (5).

Un articolo uscito sul Guardian (6) sottolinea come il tempo perso nella ricerca di documentazione valga lo stipendio di circa 11.500 accademici ogni anno: mancano le competenze per cercare letteratura, non si conosce il posseduto delle biblioteche online di riferimento, i siti degli editori e quelli delle banche dati sono male organizzati. Senza un approccio di sistema che investa nella formazione alla ricerca bibliografica e alla valutazione critica i problemi aumenteranno.

Si scrive troppo e si legge troppo poco e il modello dell’author-pay non può essere la soluzione.

(Nota aggiuntiva del 17 giugno 2018)

Open access
– è moralmente peggio pagare per pubblicare che per leggere
– enfatizza il divario tra istituzioni ricche ed enti con pochi finanziamenti
– la mancata necessità di costruirsi un pubblico di lettori condiziona la qualità
– l’accesso aperto di editori come Hindawi o Omics è legato a frodi sempre più frequenti.

Peer review
– generalizzando, è uno strumento indifendibile di conservazione accademica dello stato delle cose
– ritarda o frena l’innovazione e inibisce lo sguardo critico
– va rifondata. E’ impensabile, però, un sistema editoriale che non preveda un filtro: dovrebbe essere quanto più possibile gestito “gelosamente” e in modo trasparente dalla direzione delle riviste, che dovrebbero vigilare sugli aspetti formali (cercando anche di favorire la sperimentazione di nuovi format di comunicazione e disseminazione) e di contenuto coerentemente con la politica culturale dei progetti che dovrebbero informare l’edizione delle riviste stesse.

Publish or perish
– Dovrebbero essere ripensati i criteri di avanzamento professionale. Un bravo clinico non è detto debba avere un h-index invidiabile (potrebbe più utilmente disseminare socialmente le proprie competenze senza maturare alcun IF). Del resto, anche un bravo professore universitario è più importante sia preparato e abbia capacità didattiche rispetto ai titoli maturati con le pubblicazioni
– Quantomeno, si potrebbe limitare drasticamente il numero di articoli validi come titolo a fini concorsuali
– Sarebbe bello se si pubblicasse di meno (e si leggesse di più)

 

  1. https://www.timeshighereducation.com/news/sweden-cancels-elsevier-contract-open-access-dispute-spreads#survey-answer
  2. https://www.timeshighereducation.com/news/french-say-no-deal-springer-journal-fight-spreads
  3. https://www.nature.com/articles/d41586-018-05191-0
  4. http://www.sciencemag.org/news/2016/04/whos-downloading-pirated-papers-everyone
  5. https://im2punt0.wordpress.com/2016/06/20/sci-hub-access-or-convenience-a-utrecht-case-study-part-2/
  6. https://www.theguardian.com/higher-education-network/2018/may/21/scientists-access-journals-researcher-article
Comments

4 Comments

Raffaele

Condivido!

Robo

Non mi é del tutto chiaro dottore come lei giudichi l’open access, una risorsa da sfruttare o un rischio per la qualità della produzione scientifica?

https://www.nature.com/articles/d41586-018-06032-w?utm_source=briefing-dy&utm_medium=email&utm_campaign=briefing&utm_content=20180829

Luca De Fiore

Buongiorno Robo, penso che l’open access sia una “soluzione” interessante a diversi problemi, in primo luogo un volano di trasparenza dei dati della ricerca. Quando è sostenuto da istituzioni pubbliche è una gran cosa. Sono perplesso sull’OA supportato dagli autori che pagano per pubblicare: premia le istituzioni, gli autori e gli sponsor più ricchi. Preferisco il sistema tradizionale: meglio pagare per leggere, perché è un incentivo al miglioramento della qualità dei contenuti, dal momento che si acquista ciò che si ritiene valga la pena acquistare. Grazie per seguire le robe che scrivo. A presto!

Robo

Grazie a lei che continua a leggere per noi e scriverne


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