Press enter to see results or esc to cancel.

Alternative o “ufficiali”, servono cure appropriate

“Allo stato attuale non ci sono prove scientifiche né plausibilità biologica che dimostrino la fondatezza delle teorie omeopatiche (…) secondo i canoni classici della ricerca scientifica. Infatti, diversi studi condotti con una metodologia rigorosa hanno evidenziato che nessuna patologia ottiene miglioramenti o guarigioni grazie ai rimedi omeopatici”. La risposta alla domanda “Dottore, ma è vero che l’omeopatia ha effetti scientificamente dimostrati?” pubblicata sul sito della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (FNOMCeO) ha suscitato molte reazioni: tante favorevoli, qualcuna contraria. Eppure, considerata la domanda, qualcuno avrebbe potuto aspettarsi una risposta diversa?

Lo stupore degli stupiti è la prima sorpresa. Anche il giornalista Guglielmo Pepe scrive sul suo blog che il documento della FNOMCeO “non è poi una grande novità”. Sintesi chiara e leggibile dei risultati di una serie di ricerche condotte in diversi Paesi  per verificare in modo scientificamente rigoroso se l’omeopatia abbia qualche efficacia nella cura delle patologie per le quali è suggerita. Pepe dice che chi lavora a dottoremaeveroche è condizionato da pregiudizi: questa è una parola insidiosa e talvolta finisce con l’essere usata a sproposito. In questo caso, sarebbe meglio parlare di “convinzione”: le persone che lavorano al progetto FNOMCeO sono “convinte” che per sapere se una cura funziona è indispensabile verificare l’esito degli studi che sono stati condotti. A proposito di pregiudizi – però – un contributo più utile sarebbe stato quello di commentare nel merito la scheda sull’omeopatia senza fare riferimento a frasi scritte dall’autore Salvo Di Grazia in post pubblicati altrove negli anni passati.

“L’aspetto più discutibile” – aggiunge Guglielmo Pepe – è che FNOMCeO abbia redatto e pubblicato il documento “senza nemmeno ascoltare la voce di chi nel campo omeopatico studia, fa ricerca, pratica”. Avrebbe potuto essere un’osservazione sensata se non avesse trascurato un aspetto fondamentale: tutti i contenuti pubblicati nel sito Dottore, ma è vero cheascoltano la voce di chi nel campo [inserire l’ambito di riferimento] studia, fa ricerca, pratica”. Infatti, la preparazione di ogni scheda segue un percorso predefinito che prevede la consultazione e la valutazione di tutte le revisioni sistematiche svolte sull’argomento e, in loro assenza, delle sperimentazioni cliniche o degli studi osservazionali disponibili. Ricerche che per le medicine complementari o alternative (CAM) sono sempre più spesso condotte da chi lavora in questi ambiti e pubblicate proprio su riviste di medicina complementare o alternativa.

Una delle cose più originali del progetto FNOMCeO, però, è l’aver sovvertito il cliché del “Chiedi all’esperto”, figura onnipresente nei media ma che più o meno consapevolmente non è libera nei propri giudizi. È un problema tanto conosciuto quanto poco affrontato se non da quei gruppi di ricercatori (purtroppo non italiani) che iniziano a valutare la possibilità di escludere “gli esperti” dai gruppi di lavoro che scrivono le linee guida. Come scriveva Harold Sox sul JAMA del 2 maggio 2017, alcuni clinici devono il proprio reddito all’erogazione di una prestazione sanitaria o di una procedura che una linea-guida intende discutere ed è non solo imbarazzante ma anche inopportuno coinvolgerli nel giudizio sulla “tecnologia” di cui loro stessi sono paladini. Problema che riguarda potenzialmente qualsiasi specialista tanto che è probabile che se fossero state affidate ad “esperti” anche le risposte ad altre domande che troviamo sul sito FNOMCeO come “La vitamina D aiuta a prevenire le fratture?” oppure “I probiotici fanno bene?” sarebbero state differenti.

“Potete dire alle persone con le quali siete in disaccordo che sono disinformate, che sono in errore, che si sbagliano o pressoché qualsiasi altra cosa. Ma non chiamatele stupide.” Tom Nichols

Chi leggesse solo il commento critico di Guglielmo Pepe potrebbe pensare che FNOMCeO tratti “i milioni di cittadini che ricorrono alle medicine naturali e complementari (…) come allocchi, ignoranti, bocconi”. Per essere sicuro di non essermi sbagliato, ho riletto più volte la scheda ma non c’è traccia di offesa nei confronti di chi ha fiducia nella possibilità di curarsi con l’omeopatia. Del resto, lo stile di dottoremaeveroche.it lo rende immediatamente distinguibile da quello di chi si rivolge a cittadini male o “diversamente” informati usando il termine di somaro. “Vedremo se gli stregoni, i truffatori, i ciarlatani, daranno vita a iniziative di protesta contro la Federazione”, conclude Pepe. I termini spregiativi che cita Guglielmo Pepe possono, in realtà letti altrove e non nel documento uscito sul sito FNOMCeO: credo sia necessario recuperare la disponibilità a un confronto costruttivo senza ricorrere a quella “manomissione delle parole” di cui ha scritto Gianenrico Carofiglio (Carofiglio, 2010).

Riguardo “le iniziative di protesta” attese da Pepe, è arrivato puntualmente un comunicato di Omeoimprese, associazione che rappresenta le case farmaceutiche omeopatiche. “Forse il dottor Salvo Di Grazia vuole arrogarsi più potere delle norme nazionali ed europee”, è scritto. Certamente no: le persone competenti possono descrivere i problemi, ma non dire alle persone cosa dovrebbero fare per risolverli, anche quando esiste un ampio consenso sulla natura di quelle sfide (Nichols, 2018). Qualsiasi decisione, oggi, è nelle mani della Politica: in altre parole, dipende dalle scelte dei cittadini, per tramite dei loro rappresentanti. Purtroppo, il livello di health literacy nel nostro Paese è tra i più bassi d’Europa: ma l’asimmetria informativa si contrasta con la pazienza dell’informazione coerente, costante e a bassa voce, senza ricorrere agli esperti “comunicatori col megafono” (De Biase, 2011).

Discutere di una possibile “alternativa” tra medicina naturale o complementare e medicina “ufficiale” è ormai fuori dal tempo. Dovremmo piuttosto prendere la strada delle cure appropriate rinunciando a quelle che non possono esserlo perché non hanno dimostrato di essere efficaci. Nella scheda sul Reiki, in dottoremaeveroche, si legge di una sperimentazione condotta in un centro statunitense molto autorevole e pubblicata sul Journal of the American College of Cardiology: ebbene, il contatto fisico di un/una infermiere/a migliora l’esito delle cure in terapia intensiva delle persone ricoverate per infarto miocardico acuto. Ogni mezz’ora, un infermiere poggia la propria mano su un braccio o sul viso di un* paziente, facendo sentire la presenza e rassicurando: cura naturale? Terapia alternativa? Ha ancora senso ricorrere a queste categorie? Perché non ci si chiede piuttosto perché una “cura” così praticabile e a basso costo non sia più diffusa nei reparti di area critica del nostro Paese?

Esiste solo una distinzione: quella tra medicina appropriata e rispettosa del cittadino e del malato, e medicina industriale, che impone sempre nuovi consumi di prestazioni.

La fotografia in alto è di Robert Couse-Baker: Alternative timeline. Flickr Creative Commons.

 

Carofiglio G. La manomissione delle parole. Milano: Rizzoli, 2010.

Nichols T. La conoscenza e i suoi nemici. Roma: Luiss, 2018.

Pagliaro P. Punto: fermiamo il declino dell’informazione: Bari-Roma: Laterza, 2017.

Comments

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Tweet

Caso Cochrane: il bambino e l'acqua sporca scienzainrete.it/articolo/cas…

Tag Cloud

Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…