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Nessuna domanda è sbagliata

“Quel che serviva era semplicemente il ritorno all’antico: noi e loro. I tecnici e i malati, chi sa e chi non sa. Il vero e il falso, la scienza e l’ignoranza. Insomma il ritorno alla delega totale al tecnico e basta.” Questa frase di Salvo Fedele sintetizza mesi di discussioni e di litigi, di insulti e di congiure di somari, che hanno restaurato immagine e sostanza di una sanità fratturata, in cui da una sola parte si saldano le due componenti “tecniche”, quella scientifica e quella politica.

Quando si parla di salute, quella della politica del fare andando dritti per la propria strada è una scelta giusta in un numero modesto di casi. Ad ascoltare i curatori di Clinical Evidence, su cento interventi sanitari (medicinali, prescrizioni diagnostiche, programmi di riabilitazione, ecc.) è sicuramente o probabilmente efficace al massimo una su tre. Ciononostante, si vuol dare l’impressione che la scienza medica “sia la più esatta delle scienze esatte”, come scriveva Gianfranco Domenighetti, (1) che proseguiva spiegando che “i professionisti, ben oltre la realtà, danno l’impressione di essere sacerdoti di una scienza medica univoca, dogmatica e totalitaria votata a un progresso continuo, efficace, infinito e ineluttabile“.

Se decidessimo di attenerci ai fatti e non alle aspirazioni, scopriremmo che la condizione di incertezza è connaturata al vivere da medico (e da infermiere, da farmacista, da dirigente sanitario, etc.) perché il sapere e le conoscenze sono in costante divenire. Eppure, l’incertezza si scontra “con la convinzione generalizzata che le decisioni cliniche siano sempre univoche e sempre prese con sicurezza scientifica”.(1) Addirittura,  come scriveva Geoffrey Rose, “gli esperti, pur ben intenzionati, spesso nascondono tutte le imperfezioni dell’evidenza disponibile e presentano le loro conclusioni come se fossero certe; in verità, essi si convincono senza esitazione che quella sia la verità.”(2) Le attese dei cittadini verso l’efficacia dell’impresa medico-sanitaria nella promozione del benessere individuale e sociale superano ogni ragionevole evidenza. Raccontava ancora Gianfranco Domenighetti (3): “Come scrisse alcuni anni or sono Richard Smith in un famoso articolo sul Journal of Medical Ethics (“The ethics of ignorance”), il rapporto medico-paziente è spesso una follia a due, in cui il paziente pensa ‘io sono incerto, ma lui, il medico, è certo’, mentre il medico penserà ‘io sono incerto ma lui non lo sa’. Quindi l’incontro tra un medico e un paziente è sovente l’incontro tra due incertezze“.

Anche se può apparire paradossale, studiare ed essere informati favoriscono una condizione di incertezza. Il medico che studia è un medico insicuro o, meglio, certo dei propri dubbi. La dicotomia tra certezza propria del professionista e ignoranza propria del cittadino disinformato è semplicemente falsa. Ma è utile ad alimentare la corsa verso una salute determinata da un maggiore consumo di medicina invece che di una gestione più accorta e razionale del proprio benessere. “Una migliore informazione e distribuzione delle conoscenze (cultura sanitaria) potrebbe avere un ruolo fondamentale nell’assegnazione e nella distribuzione delle risorse finanziarie, in funzione della redditività dei sistemi sanitari nazionali e regionali”.(1) Il cittadino meno informato ha un consumo di prestazioni sanitarie più elevato, ma anche un medico più colto è più prudente nella prescrizione di interventi diagnostici e terapeutici di non provata utilità.

Contrastare la “cattiva e non uniforme informazione della classe medica a proposito di nuovi dati scientifici” dovrebbe essere, dunque, il compito principale delle istituzioni sanitarie. Eppure, sia il Ministero, sia l’Agenzia italiana del farmaco hanno da tempo interrotto qualsiasi attività educazionale nei confronti dei professionisti sanitari, traendo vantaggio da un programma di educazione continua in medicina sostenuto dai versamenti effettuati dalle industrie private che sponsorizzano gli eventi. “Io credo – scriveva Domenighetti – che oltre a una politica sanitaria di tipo strutturale (che è quella che tutti stiamo praticando per adattare strutture e servizi alle risorse che ora scarseggiano significativamente) ci sia urgente bisogno anche di una politica sanitaria di tipo ‘culturale’, fondata sulla comunicazione pubblica istituzionale (cioè scevra, nella misura del possibile, da conflitti di interesse) e sul marketing sociale. Il macro-obiettivo di una tale politica sarà quello di ricondurre le attese alla realtà dell’evidenza, promuovere l’autonomia decisionale degli individui e, infine, ridurre il consumismo inadeguato da parte della popolazione”.(3)  “L’obiettivo finale di una politica sanitaria di tipo ‘culturale’ dovrebbe essere quello di deprogrammare la società civile allo scopo di ricondurre le attese dei cittadini alla realtà dell’evidenza, operazione che richiederebbe la partecipazione entusiasta dei professionisti della sanità, il che non sembra, almeno fino a oggi, una prospettiva plausibile.(3)

Nessuna domanda è sbagliata.

Purtroppo, un maggiore consumo di medicina è funzionale allo sviluppo economico e finché questo sarà l’obiettivo essenziale di ogni politica è difficile essere fiduciosi: “Spese e investimenti inutili, sprechi, ingiustizie, frodi, umiliazioni, preoccupazioni, perdite di autonomia, errori, dolori o morti evitabili” sono il prezzo da pagare al progresso.(1) Il cittadino coinvolto (engaged) è utile quando si sostituisce al sistema sanitario come gestore della propria salute nel controllare la propria pressione o nell’auto-monitorare la glicemia: fa risparmiare tempo prezioso ad un medico molto poco engaged nella relazione col malato e tutto preso dal rispetto dei “tempari” che scandiscono le giornate di lavoro. Quando cerca di contrastare l’asimmetria informativa che ancora condiziona decisioni e scelte di salute, il cittadino consapevole è un inciampo, un problema da rimuovere.

Nessuna domanda è sbagliata” avverte la mamma di Christine, la protagonista del film “Lady Bird”. Perché la salute è informazione e, prima ancora, conoscenza. Una cosa che si costruisce dialogando.

  1. Domenighetti G. Il mercato della salute. Ignoranza o adeguatezza? Roma: CIC, 1994.
  2. Rose G. Le strategie della medicina preventiva. 2a ed. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2011.
  3. Domenighetti G. Una politica sanitaria di tipo culturale per promuovere l’empowerment dei cittadini. In: La sanità tra ragione e passione. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2013.

 

La fotografia in alto è di Thomas8047 e il titolo è “I have a question for you”. Flickr Creative Commons.

Comments

1 Comment

danilo

pur d’accordissimo con questa affermazione:
la condizione di incertezza è connaturata al vivere da medico
sono poco concorde che “il medico che studia è un medico insicuro o, meglio, certo dei propri dubbi.”. Oggi nessun medico può essere esperto di tutta la medicina. Ormai perfino il cardiologo interventista ha competenze che si sovrappongono poco con quelle del cardiologo ambulatoriale e con quelle del cardiochirurgo.
Totalmente in disaccordo sul fatto che il progetto ECM possa vicariare la “attività educazionale nei confronti dei professionisti sanitari” citata. Anzi, penso fortemente che se l’obiettivo del progetto ECM era quello, sia stato un fallimento totale.


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Luca De Fiore

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