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Riviste di medicina: se “piccole” sono più indipendenti?

Quello di direttore di una rivista di medicina è un mestiere che si impara quasi sempre da soli. A meno di non avere la fortuna di frequentare un Maestro, cosa  rara in un ambiente assai mal frequentato. Di sicuro, non si può apprendere da nessuno a essere onesti, che è la qualità più importante in casi come questi. Più importante per sopravvivere umanamente, non per guadagnare dei soldi. Tutto è meno difficile se le dimensioni della rivista sono piccole: più si cresce più aumentano le tentazioni e, con l’aumento dei costi, la necessità di cercare maggiori ricavi scendendo a compromessi col mercato della medicina.

Dopo lo studio uscito sul BMJ (vedi questo post e l’intervista uscita su Salute Internazionale) ne ho parlato con Federico Marchetti, pediatra, direttore di Medico e bambino.

Chi dirige una rivista di medicina sente su di sé una pressione maggiore rispetto ai propri colleghi? Sente di essere un po’ più “corteggiato”?

Chi dirige una rivista sente su di sé un peso maggiore nell’essere all’altezza dei compiti. Nel senso di essere partecipe dei contenuti della rivista (articoli, rubriche, lettere, editoriali) che siano utili per il lettore (da un punto di vista di aggiornamento, culturale e pratico). Nel caso specifico della rivista Medico e Bambino per i pediatri, di famiglia, ospedalieri, specializzandi. Può sembrare una risposta “fuori tema”, ma in realtà non lo è. Infatti è questa “la pressione” che guida le scelte editoriali; non sento altre pressioni, non c’è una scelta che deve tenere conto di una pressione che deriva dall’industria farmaceutica, da aziende o da altre istituzioni. Se fosse così penso che la rivista, rispetto alla sua storia, non esisterebbe o sarebbe molto diversa da quello che è. Se fosse così non sarei direttore della rivista Medico e Bambino.  Questa convinzione riguarda quello che posso dire io come direttore scientifico della rivista, ma riguarda anche il coordinamento scientifico (e lo stesso comitato editoriale).

Come editor di una rivista vicina a specifiche istituzioni ospedaliere, può capitare di essere influenzato nel giudicare dei contributi che da quelle strutture provengono? Quali precauzioni possono funzionare, nella tua esperienza, per una revisione critica imparziale?

Si è vero. Può succedere che, in un contesto soprattutto nazionale a cui è rivolta la rivista Medico e Bambino, si conoscano bene gli autori dei contributi. Questo indubbiamente può determinare un giudizio “a priori” (rispetto a presunta competenza, conoscenza, di quelle che sono le opinioni che in qualche modo si conoscono da parte degli autori). Ma è indispensabile andare oltre questo giudizio iniziale. Il metodo migliore è sempre quello: una revisione esterna del lavoro da parte di figure professionali che ricevono il contributo, la maggioranza delle volte in anonimo (non sanno chi sono gli autori). E’ una scelta che può essere discutibile ma che personalmente ritengo giusta.

La scelta dei revisori è basata sulle competenze note (delle persone che si individuano), ma anche sulla leggibilità e praticità del contenuto (c’è quasi sempre un pediatra di famiglia che fa da revisore). Capita a volte che i giudizi siano contrastanti tra i revisori, e in questo caso il giudizio ulteriore riguarda tutti o quasi tutti i componenti del coordinamento scientifico. Una sintesi finale è stata sempre possibile, a volte con accesi dibattiti, ma basati sempre ed esclusivamente sui contenuti, non su pressioni di altro tipo. Basta a volte vedere il prima e il dopo di un lavoro. Ci sono margini di miglioramento importanti in alcuni lavori, che gli stessi autori riconoscono, pur essendo consapevoli che il processo di revisione di una lavoro è a volte fastidioso, lungo, a tratti poco comprensibile.

La tua firma è spesso presente tra quelle degli autori di articoli che escono su “Medico e Bambino”: come funziona la revisione in casi del genere?

Talvolta un direttore della rivista compare spesso (troppo) come autore di contributi: mi chiedo sempre se sia giusto o meno. Ma la storia di Medico e Bambino ha delle peculiarità che possono spiegare il fatto che tutti i componenti del coordinamento scientifico e delle stesso comitato editoriale scrivono molto per la rivista: è l’idea originale di una progettualità che vive, come è scritto nel “Chi siamo” di presentazione, secondo questi principi: “è dedicata con larga prevalenza alla Pediatria ambulatoriale (ma anche ospedaliera) ed è ispirata, senza forzature, ai principi dellEBM. La Rivista è riuscita a mantenere, in questi anni, una posizione di indipendenza e di distanza critica nei riguardi di mode e di influenze non strettamente scientifiche e di mercato”. Ognuno ha voglia di scrivere quello che vive nella realtà assistenziale quotidiana, in una visione allargata, ma di condivisione stretta di idee e di buone pratiche, raccontando anche esperienze sul campo. Non è un atto di presunzione, o di verità assoluta, ma di confronto di idee. E su questo c’è il grande desiderio a volte di dire la propria.

Più di un articolo scritto da me è stato sonoramente criticato e bocciato. Federico Marchetti

Il processo di revisione è lo stesso, sapendo bene che il giudizio finale può essere ancora più critico, proprio perché viene dall’interno di chi coordina la rivista. Ricordo più di un articolo scritto da me che è stato sonoramente criticato e bocciato. Mi è servito molto ed è servito soprattutto alla rivista.

Sappiamo quanto conti pubblicare per la carriera professionale di un medico: può capitare che sia richiesto un occhio di riguardo per dei lavori da parte di colleghi?

No, non è mai successo che ci sia stato un occhio di riguardo nei confronti di colleghi che hanno fatto pressione per favorire la pubblicazione. Per diversi motivi.  Chi manda un contributo a Medico e Bambino non lo fa mai (o quasi mai) per un uso professionale di carriera. A volte lo può fare per una “immagine” di visibilità del proprio gruppo di lavoro. Ma il contenuto vale come regola assoluta in merito alla pubblicazione o meno del lavoro.

Medico e Bambino è recensita su Scopus, Google Scholar, Embase (non su Pubmed), è in lingua italiana, è difficile capire quanto queste indicizzazioni abbiano valore per la carriera di un professionista. Ma a questo riguardo posso rispondere con una battuta che riguarda me personalmente. Ho partecipato ad un concorso nazionale (non dico quale ma è forse intuibile) in cui si chiedeva se si era responsabili come direzione di riviste recensite o facente parte di comitati editoriali di riviste sempre recensite. Ho dichiarato di essere direttore della rivista Medico e Bambino (la più letta della pediatria italiana). Questo titolo NON è stato riconosciuto dal mondo “accademico”.  E’ una esempio personale (di cui mi scuso) ma forse fa capire bene quali conflitti di… disinteresse possono esserci a volte nella direzione di una rivista e quanto una parte del mondo scientifico possa essere “non obiettiva” in un giudizio. Vale di più essere nel comitato editoriale di una piccola rivista internazionale senza essere parte in nulla in merito al contenuto della rivista stessa (che a volte ha grandi conflitti di interesse) o fare parte di una rivista (lo stesso indicizzata) che ha storicamente una grande visibilità nazionale, come riconosciuto dalle stesse persone che hanno espresso il giudizio? Ma evidentemente non è sufficiente!

Che tipo di policy segue la rivista che dirigi nei confronti delle industrie?

Medico e Bambino vive grazie agli abbonamenti ed anche grazie alla pubblicità. C’è a mio avviso un punto di forza (non assoluto, non sempre di assoluta garanzia) che riguarda, in merito alla domanda specifica, la rivista Medico e Bambino. La pubblicità è seguita da persone che non conoscono i contributi della rivista (se non a posteriori, quando i singoli numeri vengono pubblicati o stampa o online); chi cura i contenuti scientifici della rivista (il direttore e il coordinamento scientifico) non conosce la pubblicità che viene riportata in ciascun numero. A volte è capitato per coincidenza che alcuni articoli parlassero di alcuni prodotti oggetto di pubblicità: sia in senso favorevole sia in senso non favorevole. Si è chiesto alla segreteria della rivista di evitare, se possibile, queste coincidenze che sembrerebbero essere volute, ma che volute non sono. Questa a mio modesto avviso è una politica non cercata, ma nata storicamente “nella indipendenza assoluta” tra contenuti e pubblicità, che è di grande rispetto per il lettore in primis, ma anche per le stesse aziende.

M&B fa differenza tra i diversi tipi di aziende (farmaceutiche, di dispositivi, alimentari, assicurative, editoriali)?

Non mi risulta che ci siano delle differenze tra i diversi tipi di aziende, che tuttavia devono rispettare alcune regole di principio che chi è incaricato di seguire la raccolta della pubblicità deve conoscere molto bene e che personalmente non mi vedono coinvolto come direttore scientifico. Quando queste regole sono al limite, è successo alcune volte (molto raramente) che sia stato chiesto un parere ai componenti del coordinamento scientifico che lo hanno riportato sempre in modo unanime, quasi sempre esprimendo un parere negativo.

Mi chiedo se tutto questo sia giusto o meno. Ma credo alla fine, per come funzionano le cose, nell’indipendenza di cui parlavo, che sia giusto così. Ed è anche forse il motivo per cui chi è incaricato alla conduzione scientifica della rivista non ha mai ricevuto pressioni. Vorrei concludere a riguardo con un esempio concreto. E’ stato pubblicato un inserto sui vaccini, prima che ci fosse l’attuale obbligo vaccinale. Un inserto che è stato presentato da alcuni illustri esperti che riportavano le loro opinioni. Mi è stato chiesto se volevo scrivere anche io una breve presentazione. Per questo sarei stato pagato per il lavoro che dovevo svolgere come consulente (una piccola cifra). Ho detto di no, perché non era giusto che il direttore della rivista che accompagnava l’inserto ricevesse un contributo. Era o avrebbe potuto sembrare un palese conflitto di interesse.

 

 

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…