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L’esagerazione della certezza

Le telefonate con l’amico di Lione sono preziose. Lo ascolto parlare di musica lirica, di architettura dei musei, di panorami alpini, di gastronomia francese. Vengo informato di politica internazionale, di vita culturale europea e statunitense. Talvolta, però, la conversazione scade nel commento dell’attualità della politica sanitaria italiana. Ieri così è successo e, per spiegarmi il suo punto di vista su alcune normative recenti di promozione della salute, sono stato incoraggiato a rileggere due pagine del libro di Geoffrey Rose, Le strategie della medicina preventiva. Così ho fatto e, a beneficio di quanti non hanno il privilegio di conversare con alcuni Maestri, riporto di seguito quanto scrisse l’epidemiologo inglese.

 

Gli scopi dell’educazione sanitaria sono quelli di informare, sollecitare, incoraggiare un’opinione indipendente e (probabilmente) persuadere.

Informazione. La scelta del consumatore è libera a patto che sia una scelta informata. L’informazione in sé può avere sorprendentemente poca relazione con quello che le persone fanno, ma si tratta del primo passo. Le persone possono decidere cosa fare dell’informazione che ricevono, ma almeno hanno il diritto di sapere il più possibile sugli argomenti che influenzano le scelte per la loro salute. L’informazione non deve essere manipolata. In un lavoro scientifico si insegna a fare una rigida separazione fra i risultati (evidenza), la discussione e le conclusioni (opinione). La stessa cosa va fatta per l’educazione sanitaria: l’informazione dovrebbe essere presentata in maniera obiettiva ed equilibrata. Quest’attività è assai diversa dalla propaganda o dalla pubblicità.

Gli esperti, pur ben intenzionati, spesso nascondono tutte le imperfezioni dell’evidenza disponibile e presentano le loro conclusioni come se fossero certe. Geoffrey Rose

L’esagerazione della certezza è un errore comune. Gli esperti, pur ben intenzionati, spesso nascondono tutte le imperfezioni dell’evidenza disponibile e presentano le loro conclusioni come se fossero certe; in verità, essi si convincono senza esitazione che quella sia la verità. I media partecipano a questo processo cercando affermazioni semplici e immediatamente chiare; la gente comune generalmente preferisce la comodità della certezza al disagio causato dall’equilibrio e dall’onestà. La disinformazione abbonda, con un palese squilibrio fra le poche risorse disponibili per l’educazione sanitaria e le enormi risorse destinate ad attività promozionali per gli interessi puramente commerciali delle industrie alimentari. Abili agenzie di pubbliche relazioni, sovvenzionate profumatamente, possono ottenere un reportage completo in televisione, nei giornali e persi­no nelle scuole, per produzioni pseudo-educative che favoriscono gli interessi dei loro sponsor. La gente comune deve sapere chi ha pagato il dottor X per il suo articolo o il suo programma televisivo e se nel mondo scientifico egli è una persona autorevole oppure una nullità.

Leichter (1991) attirò con forza l’attenzione su un altro genere di disinformazione, cioè l’eccesso di drammatizzazione:

“Allarme ingiustificato! … la tendenza a dipingere ogni problema come la più seria minaccia per la salute dal tempo della peste. Gli incidenti stradali sono stati definiti come «la sfida più incontralabile della seconda metà del XX secolo», il fumo è secondo solo al «rischio di annientamento nucleare», e l’abuso di alcol è visto come «il maggior problema di salute pubblica del nostro tempo» … Noi saremo come anestetizzati o diventeremo isterici di fronte alle dichiarazioni apocalittiche relative ad una moltitudine di problemi di salute, molti dei quali derivano dalla nostra negligenza.”

L’informazione è necessaria non solo per aiutare la gente a decidere ciò che vuole, ma anche per aiutarla a trasformare i desideri in realtà.

“In Gran Bretagna, circa il 70% dei prodotti alimentari è fabbricato e/o imballato e le princi­pali fonti di sostanze nutrienti di interesse medico, ovvero grassi, zuccheri e sale, si trovano in prodotti confezionati con una descrizione degli ingredienti inadeguata”. (James e Ralph 1991)

La persistente mancanza di etichette semplici e comprensibili sui cibi riflette essenzialmente il punto di vista di certi settori dell’industria alimentare che temono di poter subire ingenti perdite qualora i consumatori sapessero cosa comprano realmente.

Sollecitazione. Nella nostra sperimentazione sulla terapia anti-fumo condotta fra gli impiegati (Rose et al. 1982), alla prima intervista con ciascun individuo presentavamo un resoconto puro e semplice della situazione e alla fine lo invitavamo a pensare attentamente alla sua situazione e a ritornare, la settimana dopo, per comunicarci la sua decisione. La nostra era solo una sollecitazione, non abbiamo cercato né di persuaderlo né di consigliarlo. Quasi la metà degli e intervistati non fumò più una sigaretta! Sollecitare significa attirare l’attenzione sia sull’importanza della questione che sulla responsabilità individuale nel prendere una decisione. Si cerca di rafforzare il diritto di scelta personale, non di violarlo, e ciò è una componente chiave dell’educazione sanitaria.

Incoraggiare un giudizio indipendente. I programmi di educazione sanitaria che hanno avuto più successo nelle scuole americane sono stati quelli che hanno allenato i bambini a formare le proprie opinioni sul comportamento personale e poi resistere, spesso attraverso simulazioni, a qualsiasi tipo di pressione che cercasse di annullare le loro decisioni. Allo stesso modo, ci fa piacere pensare che il successo del nostro intervento sul fumo fra gli impiegati statali sia dipeso, almeno in parte, dalla sostituzione dell’approccio autoritario tradizionale («Dovrebbe smettere di fumare!») con l’incoraggiamento ad avere un’opinione indipendente («Che cosa vuole realmente fare?»).

Persuasione? Nel trattare con singoli pazienti, la persuasione non ha alcun ruolo. Se i pazienti, conoscendo tutti i rischi, scelgono di fumare, bere smodatamente o restare grassi, allora non c’è niente da aggiungere; si tratta della loro scelta e nessuno deve interferire con essa.

In un mondo ideale la stessa cosa potrebbe essere applicata all’educazione sanitaria delle popolazioni. I metodi del mondo politico (propaganda) o commerciale (pubblicità e manipolazione del pensiero) non dovrebbero avere alcuno spazio in medicina. La difficoltà nasce dall’enorme quantità di persuasione dispensata con tali metodi («Bevi più vodka!», «Guida auto sempre più grandi e più veloci!»). Forse la libertà è meno osteggiata se condizionata su due fronti piuttosto che su uno soltanto. Unicamente su questa base, ritengo, a malincuore, che la persuasione debba avere un certo spazio nell’educazione sanitaria. Tale riluttanza è condivisa da pochi educatori sanitari, la maggior parte dei quali misura il proprio successo semplicemente dal grado del cambiamento raggiunto nel comportamento, così come gli inserzionisti misurano il loro successo dall’aumento delle vendite di un prodotto. Infatti, le stesse agenzie pubblicitarie sono spesso impiegate sia dalle compagnie commerciali che dalle agenzie di educazione sanitaria, ed utilizzano quasi le stesse tecniche per entrambi i committenti.

Fin qui, Geoffrey Rose. Possiamo dunque considerare la scelta di politica sanitaria compiuta nel nostro Paese a proposito di vaccinazioni assolutamente rivoluzionaria, nella misura in cui è andata in direzione opposta a quella del pensiero classico della promozione della salute.

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Lesson 1: People don't usually experience illness in siloes, but health care is built in siloes. When getting care for one thing, we typically need another, but can't get it. That needs to change. @ImprovingPHC bit.ly/2nOqpTV

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…