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Non pubblicare sulle riviste d’assalto

Dai National Institutes of Health (NIH) arriva una raccomandazione: stare alla larga dai cosiddetti predatory publishers, vale a dire quegli editori (e quelle riviste) che continuano a inviare email a clinici e a ricercatori invitandoli a pubblicare su riviste poco conosciute ma (incredibilmente) talvolta già indicizzate (1). A pagamento, s’intende. L’obiettivo dei NIH è tutelare la credibilità della ricerca pubblicata, soprattutto se finanziata da soldi federali. La raccomandazione sottolinea ancora una volta l’importanza di una comunicazione efficace e autorevole come parte del percorso di ricerca scientifica e denuncia come sia sempre più frequente leggere articoli da studi supportati dai NIH su riviste che non godono di alcun credito.

We became aware that NIH research is sometimes published in journals that do not adhere to established best practices. NIH

Come fare a distinguerle? Dal lato dell’autore, occorre diffidare di qualsiasi proposta che non sia esplicita riguardo il costo della pubblicazione e che tenda a nascondere questo aspetto fondamentale, che – va detto – non è di per sé indicativo di cattiva condotta editoriale (molte riviste importanti, come quelle del gruppo della Public Library of Science PLoS prevedono una quota da parte di chi scrive). Ancora, bisogna essere molto prudenti nel rispondere a offerte aggressive o insistenti che sollecitano la submission di articoli perché c’è sempre sotto qualcosa. Ci si deve insospettire anche ricevendo la proposta di entrare a far parte di comitati direttivi di riviste dal titolo improbabile o troppo simile a quello di periodici famosi e solo leggermente modificato.

Le riviste scientifiche di scelta, spiegano i NIH, devono aderire ai codici etici elaborati dalle associazioni come il Committee on Publication Ethics (COPE), il coordinamento della Directory of Open Access Journals (DOAJ), la Open Access Scholarly Publishers Association (OASPA) o la World Association of Medical Editors (WAME).

La raccomandazione dei NIH è servita anche per conoscere meglio le dinamiche della disseminazione degli studi finanziati dalle istituzioni centrali statunitensi. In un’intervista al sito Retraction Watch scopriamo che non pochi studi targati NIH – circa il 10% – sono pubblicati su riviste non indicizzate in Medline (e quindi non accessibili o ricercabili tramite Pubmed che, ricordiamo, è un servizio degli stessi NIH) e che “NIH-funded author manuscripts have been published in over 10,000 journals since 2008. Over 7800 journals of those journals have published 25 or fewer NIH-funded manuscripts. Of this long-tail, 3,022 journals have only published one NIH supported manuscript.” (2)

Parallelamente, stanno iniziando anche delle azioni legali nei confronti dei predatory publishers, come quella verso la Omics da parte della corte del Distretto del Nevada  che accusa la casa editrice di affermare il falso sostenendo che le proprie riviste prevedano un processo di peer review e millantando un impact factor mai ottenuto (3). Il problema – sottolinea un commento sul blog Scholarly Publishing – non è tanto nella “qualità” o nel prestigio della rivista, ma nell’onestà con cui sono gestite: “The NIH guidance does not urge its funded authors to publish in fancy, high-ranking or high-reputation journals, but rather in “credible” ones; the FTC’s allegation against OMICS et al., is not that they publish low-quality journals, but that they deceive and defraud authors.”

  1. National Institutes of Health. Statement on Article Publication Resulting from NIH Funded Research. November 3, 2017.
  2. NIH to researchers: don’t publish in bad journals, please. Retraction Watch 2017; December 1st.
  3. Anderson R. Federal Trade Commission and National Institutes of Health Take Action Against Predatory Publishing Practices. Scholarly Publishing 2017; December 4th.

 

La foto in alto è di Ian Myles. No writing on the walls. Flickr CC

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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