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Stabilire un tetto alle pubblicazioni

Sono trascorsi venticinque anni da quando Drummond Rennie e Ann Flanagin scrivevano che la letteratura scientifica era “il gettone che serve agli accademici per attraversare le barriere sulla strada dell’avanzamento di carriera” (1). Come osserva oggi Brian C. Martinson su Nature, sono finiti i tempi in cui l’obiettivo del pubblicare era il desiderio di condividere la conoscenza per far progredire il sapere (2). Figuriamoci: oggi un articolo è un bene prezioso ma individuale, serve a chi lo scrive.  Pardon, serve a chi lo firma: è moneta di scambio per ottenere posizioni professionali migliori o per fare richiesta di nuovi finanziamenti.

Authorship has become a valuable commodity. Brian C. Martinson

La mercificazione della conoscenza porta con sé la cattiva abitudine del sempre più frequente ghostwriting che prevede che un articolo sia scritto da agenzie di pubbliche relazioni e firmati da “esperti” o da medici bisognosi di titoli. Altri effetti collaterali sono la disponibilità di articoli “belli che pronti” (perfino di revisioni sistematiche) e la authorship onoraria che fa sì che l’ultimo nome presente tra le firme sia quello di una persona sostanzialmente all’oscuro del contenuto del lavoro. Academic writing have never been so easier, recita il claim di un’agenzia al tuo servizio. Una delle prove di una prassi inaccettabile è la produttività improbabile di alcuni autori che sfornano decine di articoli ogni anno. Indizio, se non di frode, almeno di paternità surrogate.

La proposta di Martinson è semplice: permettere a ogni ricercatore di pubblicare un numero definito di parole nella propria carriera. Sarebbe la fine dei cosiddetti predatory publisher, gli editori d’assalto che chiedono denaro per pubblicare su riviste di nessun prestigio. Sarebbe certamente un colpo non da poco per chi ha l’abitudine di affettare il salame del proprio studio moltiplicandone l’output e confondendo le idee a chiunque abbia il coraggio di provare a capirci qualcosa. Sarebbe la fine di chi firma il resoconto di studi a cui non ha dato alcun apporto. Sarebbe la tregua agognata per i revisori, gli schiavi della peer review sempre più concentrata sulla valutazione di articoli superflui.

Sarebbe bello, insomma. Ma una bella idea, nella sanità di oggi, appare poco più di uno scherzo.

 

  1. Rennie D, Flanagin A. Authorship! authorship!: Guests, ghosts, grafters, and the two-sided coin. JAMA 1994;271(6):469-71.
  2. Martinson BC. Give researchers a lifetime word limit. Nature 2017;550(7676):303. 

Foto in alto: Roof, di The real brute (Flickr Creative Commons)

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Luca De Fiore

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