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Alimentazione e salute: aumenta la confusione

L’ennesimo studio sui rapporti tra alimentazione e salute è stato pubblicato sul Lancet del 29 agosto 2017 (1) e immediatamente l’agenzia Ansa ha intitolato: Il rischio per il cuore arriva dai carboidrati e non dai grassi. Ovviamente, il Foglio di Giuliano Ferrara ha calato l’asso: Grasso è bello (e sano). La Repubblica non è da meno e anche un’esperta giornalista annuncia Contrordine: bistecche, formaggi e grassi non fanno male.

La ricerca coordinata dalla McMaster ha studiato l’apporto di grassi, carboidrati e proteine in una popolazione di oltre 135 mila persone da 18 nazioni a reddito basso (Bangladesh, India, Pakistan e Zimbabwe), medio (Argentina, Brasile, Cile, Cina, Colombia, Iran, Malesia, Territori occupati palestinesi, Polonia, Sudafrica e Turchia) e alto (Canada, Svezia, Emirati arabi). La raccolta dei dati avveniva tramite questionari e i risultati prevedevano il confronto tra mortalità cardiovascolare e mortalità per tutte le cause. Nei 7,4 anni di follow-up, si sono verificati 5.796 decessi e 4.784 importanti eventi cardiovascolari (“maggiori”), come infarto miocardico o ictus. Nelle persone che assumevano una maggiore quantità di grassi è stata registrata una minore mortalità per tutte le cause. In chi assumeva la più alta quantità di grassi saturi il rischio di ictus è stato del 21% inferiore rispetto a chi invece ne assumeva la minore quantità. Chi consumava la maggiore percentuale di carboidrati ha fatto registrare un rischio di morte precoce del 28% maggiore. Allo stesso tempo, nelle persone che seguivano un’alimentazione con il maggiore apporto proteico il rischio di morte precoce è stato del 23% inferiore.

Si potrebbe fare una galleria dei commenti rilasciati immediatamente dopo la presentazione dei risultati dello studio avvenuta al congresso europeo di cardiologia di Barcellona, ma ne bastano due di ricercatori autorevoli come Harlan Krumholz, della Yale University, (“I remain fascinated by PURE study; sure limitations…but hazard of high carbs quite striking”) e Michel Gibson, di Harvard (“My N=1 experience supports the findings of PURE study”).

We must develop nutrition polices that support affordability of healthy food for all and stop arguing about whether fat is better than carbs. Clare Collins

Pochi ambiti della scienza come l’alimentazione soffrono di neofilia, quella passione per il nuovo che fa dimenticare ogni possibile distorsione metodologica presente in uno studio epidemiologico pur di poter annunciare rivoluzioni o i tanto attesi “cambi di paradigmi”. “Se una nuova ricerca non cambia o non mette in discussione il modo col quale i lettori interpretano il mondo, perché darne notizia?” si chiede James Hamblin su The Atlantic. (2) Un giorno si riabilitano le uova e la settimana dopo si condannano nuovamente. Poi è il turno del burro, un giorno killer e l’altro salvavita. Eppure, non occorre essere dei raffinati esperti di metodologia clinica per capire come sia ovvio che nella popolazione indiana o del Bangladesh (in cui il riso è alimento principale se non esclusivo) un maggiore apporto di carboidrati possa essere associato a morte precoce. O che nei paesi a più alto reddito, un maggiore consumo di proteine possa associarsi a minore mortalità per tutte le cause. “What matters isn’t whether carbs or fat are better, but the food they come from” ha commentato Clare Collins. (3)  “The conversation we should focus on what foods people are eating, rather than just looking at components”.

Il problema, dunque, è nelle politiche nutrizionali che vengono determinate dalle dinamiche economiche internazionali. Non nella dieta che ciascuno di noi riesce a seguire. La questione è nell’accessibilità dei cibi, non nell’equilibrio dei nutrienti. La salute si nasconde nell’abisso che separa i poveri dai ricchi, non nelle preferenze tra risotto agli asparagi e costata di manzo alla brace. Con buona pace di tutte queste ricerche, che consumano risorse e aumentano la confusione.

Come dice Vinay Prasad, l’unica associazione dimostrata è tra la lettura degli studi osservazionali e la perdita di tempo.

  1. Dehgan MD, et al. Associations of fats and carbohydrate intake with cardiovascular disease and mortality in 18 countries from five continents (PURE): a prospective cohort study. Lancet 2017;29 agosto.
  2. Hamblin J. New nutrition study adds nothing. The Atlantic 2017; 1 settembre.
  3. Collins C. New study finding fat isn’t as bad as carbs misses the point. The Conversation; 30 agosto.

 

 

Comments

1 Comment

iacopo bertini

Buongiorno Luca,
appena uscito, http://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2654401. Come ho avuto modo di dire, in passato, in una di queste pagine, il problema dell’inconsistenza dei risultati è di difficile risoluzione, soprattutto (secondo me) perché si vuole studiare gli effetti degli alimenti (complesso di nutrienti) come se fossero farmaci (singola molecola). Si veda il terzo paragrafo dell’articolo. Oltre a tutta un’altra serie di variabili non secondarie commentate su jama.
Buona giornata, Iacopo


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Lis Power

Fox anchor: If we help the poor afford health care, what's their motivation to live a healthy lifestyle? ... seriously, he asked that pic.twitter.com/CgPRwzQP36

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…