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Vaccini: la mossa che non ti aspettavi

Da qualche mese lavoravano in silenzio ma il risultato delle elezioni amministrative ha contribuito ad alzare il velo sull’attività del gruppo di lavoro che da tempo sta valutando le evidenze disponibili in letteratura sulle modalità della comunicazione istituzionale per la promozione della salute condotta in diversi paesi del mondo in tema di vaccinazioni.

“Si pensava che l’immagine di un governo del fare pagasse in termini di consenso”, confida uno dei componenti del gruppo di cui rispetteremo l’anonimato. “Ma ci sarà sempre qualcuno capace di fare la voce più grossa della tua e, alla fine, è probabile che i valori in cui si riconosce un elettore democratico siano quelli dell’inclusione e della tolleranza, non quelli che invocano multe e sanzioni”. Le autorità sanitarie centrali e regionali hanno dunque da tempo voluto costruire un gruppo di lavoro: “Intenzionalmente, non abbiamo voluto chiamarlo task force“, precisa un funzionario ministeriale, “perché siamo consapevoli che questo tipo di lessico distanzia i cittadini dalle istituzioni.” E aggiunge: “Abbiamo anche deciso di evitare di istituire una ennesima cabina di regia, perché non si sa né a cosa servano né con quali criteri siano nominate le persone che si affollano all’interno di queste strane strutture che da qualche anno hanno fatto il loro ingresso nella politica italiana”.

Vaccine hesitancy is complex and context specific, varying across time, place and vaccines. SAGE Working Group on Vaccine Hesitancy, 2015.

“Il primo obiettivo del gruppo di lavoro è stato quello di determinare con chiarezza gli interrogativi di ricerca: quali sono i determinanti della esitazione vaccinale? Quali sono le caratteristiche prevalenti delle popolazioni esitanti? Esiste una variabilità regionale o le prove suggeriscono una certa relativa omogeneità? Molto semplicemente, il secondo passo è stata l’esecuzione di una revisione sistematica della letteratura disponibile, definendo con precisione i criteri di inclusione e di esclusione degli studi in ragione della loro robustezza metodologica e della eventuale presenza di conflitti di interesse. E’ una questione delicata, perché alcune situazioni di rischio possono determinarsi anche in assenza di sponsorizzazioni industriali, ma in presenza di finanziamenti istituzionali”. In estrema sintesi, cosa ci dicono le evidenze disponibili? “Dobbiamo premettere che gli studi sull’argomento sono molto aumentati ma sono condotti su popolazioni che vivono in contesti sociali e geografici molto disomogenei (1). Possiamo forse dire che nei paesi più ricchi un livello più elevato di istruzione e di reddito è paradossalmente un fattore che riscontriamo più spesso nelle famiglie esitanti. Al contrario, nelle nazioni povere, appartenere a una comunità culturalmente ed economicamente meno ricca aumenta la diffidenza nei confronti delle istituzioni sanitarie. L’elemento più importante, però, è la facilità di accesso ai servizi: sia in termini di inferiore distanza tra l’ambulatorio e le famiglie, sia di tempi di attesa: gli appuntamenti mancati e il costo dei vaccini incidono per circa il 13% sul totale delle mancate vaccinazioni (3).”

Un problema centrale è quello della comunicazione. “Prenderei a prestito quanto affermato da uno studio importante e recente del SAGE Working Group (2): ‘regardless of the setting and causes of vaccine hesitancy, poor communication needs to be addressed generally’ e la comunicazione dovrebbe essere sempre positiva e agire verso i tre elementi che condizionano la scelta delle famiglie che esitano a vaccinare”. Può essere più preciso? “Certamente: occorre agire sulla fiducia nel sistema prima ancora che nelle singole vaccinazioni; su quella che gli inglesi chiamano complacency, che potremmo definire la sensazione che, dopo tutto, certe malattie non ci riguardino; e, infine, sulla convenience, vale a dire sull’accessibilità di cui dicevamo prima”.

Possiamo avere qualche anticipazione sulle nuove politiche di comunicazione istituzionali sulle vaccinazioni? “Certamente, dal momento che la trasparenza è il principio al quale abbiamo voluto informare il nostro lavoro. Innanzi tutto, possiamo affermare con certezza che one size doesn’t fit all e la comunicazione deve necessariamente essere orientata ai diversi tipi di famiglie esitanti. In generale, non enfatizzeremo i benefici dei vaccini minimizzando i rischi, perché è provato che non è una strategia che dà buoni risultati (4). La promozione delle vaccinazioni la avvieremo nel counselling con le mamme in corso di gravidanza, che sono particolarmente sensibili a qualsiasi argomento che riguardi la protezione della salute dei propri figli. Ancora, è già in atto un piano di potenziamento degli ambulatori vaccinali alcuni dei quali sono stati riaperti e ristrutturati per ridurre la distanza da alcuni centri abitati più periferici. A breve partiranno alcune campagne rivolte a target specifici: sappiamo per esempio che numerose famiglie sensibili a temi ambientali o che hanno cuccioli di animali in casa sono spesso tra le più esitanti. Ebbene, una campagna specifica è stata studiata per loro, avendo cura – come vediamo nella fotografia in alto – di evitare nelle immagini la presenza di aghi o siringhe. Dopo tutto, una famiglia sempre attenta a vaccinare i propri gattini, perché non dovrebbe essere altrettanto premurosa con i figli? Come dicono negli Stati Uniti: Green our vaccines. Altro piccolo ma importante sforzo istituzionale è stato quello di invitare le aziende farmaceutiche ad astenersi dall’uso dei social media per pubblicare o anche solo supportare post o tweet a sostegno delle vaccinazioni: piccole accortezze, insomma, ma è importante che i cittadini non sentano la pressione industriale su una questione di salute pubblica.”

Nessuna risposta, però, a chi ha espresso dei dubbi sulle evidenze a supporto del decreto? “Non abbiamo avuto timore nel fare un passo indietro e non è stato necessario neanche avviare nuovi studi di revisione sistematica per riconsiderare le decisioni iniziali, in quanto erano già disponibili evidenze robuste. Abbiamo ridotto il numero di vaccinazioni obbligatorie, restringendole alle sole per le quali potrebbe esserci un forte rischio di contagio. La gran parte delle vaccinazioni sarà dunque solo raccomandata ma gratuita. Infine, abbiamo legato l’insieme di queste disposizioni a un progetto di ricerca ovviamente indipendente e volutamente essenziale, che valuterà a 12 e 24 mesi di distanza i risultati della strategia. Così da metterci nella condizione di prendere decisioni più informate”.

La prossima volta.

 

 

  1. Larson HJ, Jarrett C, Eckersberger E, et al. Understanding vaccine hesitancy around vaccines and vaccination from a global perspective: A systematic review of published literature, 2007–2012. Vaccine 2014;19(32):2150-9.
  2. MacDonald NE. Vaccine hesitancy: Definition, scope and determinants. Vaccine 2015;33(34):4161-4.
  3. Salmon DA, Dudley MZ, Glanz JM, Omer SB. Vaccine hesitancy: Causes, consequences, and a call to action. Vaccine 2015;33:D66-71.
  4. Nyhan B, Reifler J, Richey S, Freed GL. Effective messages in vaccine promotion: a randomized trial. Pediatrics 2014;133(4):e835-42.
Comments

2 Comments

Robo

Dottore mi scusi, le faccio una domanda diretta: tra le seguenti 2 opinioni chi ha ragione? (O chi l’ha su che cosa)
http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=51940
http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=51817
Grazie e saluti

Luca De Fiore

Buongiorno, uno dei lati positivi (pochi) della discussione sulle vaccinazioni è il richiamo che tutti fanno alle evidenze. Perché invita a riflettere sul significato di questo termine che, come sappiamo, è spesso utilizzato non a proposito. Gli oltre 2 milioni di articoli scientifici pubblicati ogni anno determinano una sovrabbondanza di “prove”, che per lo più non sono tali o non sono di qualità sufficiente. Due esempi, uno nel merito infettivologico, uno legato alla comunicazione della salute. Nel caso del vaccino contro la meningite, molte nazioni non lo hanno considerato nei piani vaccinali, soprattutto rivolti all’infanzia, anche per dubbi legati all’efficacia (vedi per es. http://www.clinicalmicrobiologyandinfection.com/article/S1198-743X(16)30021-0/fulltext). Riguardo le campagne di politica sanitaria, viene spesso citato l’esempio della California: in realtà, le “evidenze” da queste esperienza sono ancora aneddotiche e non pubblicate su riviste scientifiche. Diversamente, se raccogliamo prove in modo sistematico scopriamo che l’impatto di attività di educazione alla salute e di promozione delle vaccinazioni appare maggiore se l’approccio non prevede l’obbligo ma è persuasivo. In sintesi, credo che in questa come in altre occasioni le evidenze vadano studiate in modo sistematico. Preferire quelle che portano l’acqua al proprio mulino è una scelta probabilmente miope. Grazie per la cortesia di seguire queste pagine.


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Luca De Fiore

"Facebook is a promising economical modality for reaching vaccine-hesitant parent": Let's try? @WRicciardi @istsupsan @BeaLorenzin twitter.com/marcelsalathe/…

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…