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Uscire dalla salute disuguale? In fondo a sinistra

Il professore esce in perfetta tenuta da corsa: sono le 7 del mattino e sono a Trento, per il festival dell’economia dedicato quest’anno alla salute disuguale.

La salute è disuguale per la diversità delle abitudini individuali, per la differenza nel modo con cui tuteliamo il nostro benessere e ci proteggiamo dalle malattie. Le politiche sanitarie contano, ma molto meno di quelle sociali ed economiche. Chi è andato avanti negli studi o ha un lavoro o vive circondato da relazioni umane positive vive meglio e più a lungo, anche perché ha maggiore libertà di scelta ed è più probabile segua un’alimentazione equilibrata, faccia esercizio o attività sportiva, riposi con regolarità.

La salute è disuguale perché il sistema sanitario non è organizzato in modo omogeneo: i cittadini di alcune regioni hanno un accesso meno facile alle prestazioni, sia in termini di tempestività sia per la prossimità ai servizi. Le differenze geografiche esistono anche all’interno di una stessa regione e, addirittura, della medesima città. Gli esiti delle cure possono essere molto diversi anche in due ospedali dello stesso quadrante cittadino.

La salute è disuguale perché il servizio sanitario risponde in modo diverso ai bisogni di salute delle donne e degli uomini. Perché la frequenza e le modalità del ricorso ai servizi sono influenzate dal genere. Perché la ricerca genere-specifica è ancora acerba, segno di un’attenzione dettata più da interessi commerciali che da un’autentica determinazione a comprendere i determinanti di salute e malattia.

La salute è disuguale perché molte differenze si determinano alla nascita e non vengono colmate. Al contrario, sono inasprite da un sistema che limita le possibilità di riscatto, di mobilità sociale. Se un bambino nasce in una famiglia povera è assai probabile che diventerà un adulto povero, deprivato, marginale. La sua salute sarà peggiore, la dipendenza da alcol e tabacco più probabile, così che la minore durata della sua vita e la morte più precoce potranno addirittura rivelarsi una consolazione.

La salute è disuguale perché il sistema della ricerca non funziona o, meglio, non esiste. Non sono chiari gli obiettivi e l’agenda della ricerca è in buona misura dettata dal privato, non dalle istituzioni pubbliche in rappresentanza dei cittadini. Lo sviluppo di nuove terapie è guidato dalle logiche del profitto e il controllo regolatorio è insufficiente, poco sistematico, troppo indulgente.

Questa è la salute disuguale e di molto di questo si è discusso al festival dell’economia.

Non ne ha parlato direttamente, però, il ministro della salute nello spiegare perché sarebbe meglio chiudere gli ospedali a ridotto volume di attività o perché il costo crescente dei nuovi farmaci aumenta le iniquità. Eppure, sarebbero stati due argomenti da cogliere al volo per motivare le decisioni che le istituzioni potrebbero prendere. Concentrando le prestazioni sanitarie nei centri ad attività più intensa si possono ridurre le disomogeneità di esito delle cure, migliorando equità e risultati; valutando con maggiore attenzione il reale miglioramento di sopravvivenza garantito dai nuovi medicinali potremmo contenere il peso economico di una rimborsabilità quasi generalizzata, destinando risorse a prestazioni e servizi a maggiore valore aggiunto.

We pay high drug prices so that major pharmaceutical companies can boost their stock prices and pad executive pay. William Lazonick

Invece, è stato fatto l’elogio della terapia protonica, annunciandone l’inserimento nei livelli essenziali di assistenza, con grande soddisfazione della Provincia di Trento che spera di attrarre pazienti verso il centro di proton therapy aperto in città. Nello stesso momento, dal congresso della società statunitense di oncologia medica che si svolge a Chicago, Vinay Prasad scriveva: “Subsidizing proton radiation therapy while cutting basic health services is the definition of a state making incompetent decisions”.

Non hanno parlato di salute disuguale i partecipanti all’incontro sulle priorità e gli obiettivi della ricerca. Eppure, le disuguaglianze di salute nascono o sono confermate da una ricerca che non punta a risolverle, che guarda solo alla tecnologia come chiave per l’innovazione e di fatto esclude la medicina generale, le cure primarie e il nursing dagli ambiti oggetto di attenzione, che non prevede continuità nella pubblicazione di bandi, che non segue criteri rigorosi nel premiare i progetti più utili e rigorosi, che non destina risorse all’attività di ricerca sulla valutazione della ricerca (sembra, ma non è, un gioco di parole).
La salute è disuguale perché non ha un “proprio festival” in grado di motivare a partecipare decine di migliaia di cittadini, come accade per il festival delle letterature (Mantova), della filosofia (Modena, Carpi e Sassuolo), della spiritualità (Torino), della mente (Sarzana)… La salute chiede ospitalità e spazio in ambiti diversi ma questa può rivelarsi un’opportunità. Per esempio per scoprire, con il premio Nobel Jean Tirole, di condividere le stesse difficoltà con l’economia: la perdita di credibilità degli esperti, l’incapacità dei media di far crescere la competenza nei cittadini, la facilità con cui anche le persone meno preparate possono ritenersi in grado di prendere decisioni in un ambito che, al contrario, è molto complesso.

Quattro giorni di incontri quasi sempre di grande interesse ma che non hanno dato molte risposte: i bambini italiani avranno una migliore salute nei prossimi anni? La scelta di imporre l’obbligo vaccinale avrà successo? Sarà accompagnata da analoga determinazione a migliorare la health literacy dei cittadini? Lo scandalo dei prezzi dei farmaci sarà considerato un oltraggio alla salute come bene comune oppure la farmaceutica continuerà a essere governata a vista? La riforma sanitaria di Obama sarà sostituita dalla Trump care? Il consenso quasi unanime sul welfare aziendale sarà confermato o a qualcuno verrà il dubbio che sia un modo per iniziare a mettere in discussione l’equità e l’universalità del servizio sanitario? Uno sguardo prudente sull’innovazione sarà giudicato come un atteggiamento da “signori del tempo perso” che si oppongono al cambiamento del paese? La richiesta di attenzione per i conflitti di interesse sarà considerata un inciampo, un timore eccessivo, un ostacolo alla auspicata soluzione d’ogni problema, vale a dire alla collaborazione tra pubblico e privato?

Il festival dell’economia non regala, dunque, risposte precise. Offre, però, un’indicazione implicita: la salute dei cittadini – come persone e come popolazione – è direttamente collegata alla ripresa economica del paese. A questo, ci dicono, occorre puntare, anche a costo di fare qualche patto col diavolo.

Dopo un saluto molto affettuoso, il professore – Sir Michael Marmot – si allontana verso l’uscita. La sua – e dopo poco la nostra – è in fondo, a sinistra.

Comments

1 Comment

Lucio Patoia

Che bell’articolo! Congratulazioni Luca. Ci aggiungerei solo che la salute è diseguale anche per altri due ragioni, almeno in Italia:1. perché il clientelismo e la corruzione guidano troppo spesso le scelte politiche in sanità invece della competenza e dell’onestà e
2. perché le associazioni di pazienti/cittadini fanno lobby solo per i loro scopi associativi specifici e talora solo per quelli dei loro referenti scientifici e quindi i malati di malattie rare o meno appealing sono ulteriormente discriminati


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Ziad Obermeyer

Acute hospital care--Is less more, or less? short answer: it's both. My auto-commentary @EmergencyMedBMJ : ow.ly/bKEb50dwjFs pic.twitter.com/BnYLlNpCcv

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…