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Pubblico, ergo sum

“Io scrivo sul New England e tu, al massimo, su Intimità“. Chi lo avrebbe mai detto, fino a pochi mesi fa, che una frase del genere potesse essere rivolta da un medico universitario a una collega medico che lavora nella comunicazione? Invece è successo e addirittura accade spesso, soprattutto nelle bacheche di chi, su Facebook, ancora si ostina a postare commenti sulle vaccinazioni.

Scrivere sul New England è diventato uno status symbol per molti clinici e ricercatori. Poco importa che quasi sempre si tratti di un’autocertificazione che non regge a una facile verifica dei fatti (nel caso di chi ha pronunciato la frase di apertura non c’è traccia della sua firma sulla rivista della Massachusetts medical society negli ultimi cinque anni). Poco importa che per chi vive dall’interno il medical publishing pubblicare original articles (e non commenti o Perspectives) su certe riviste è un fattore di rischio indicatore di conflitti di interesse. Poco importa, infine, che firmare articoli sulle riviste a più elevato impact factor lascia quasi sempre il tempo che trova: la maggior parte di quanto pubblicato sulle 30 mila riviste scientifiche indicizzate non viene letta da nessuno (1). Vedo già qualche alzata di spalle: dopo tutto, chi se ne importa. Ma se anche questa evidenza contribuisse a rendere peggiore l’immagine della ricerca scientifica agli occhi dei cittadini?

Il 90 per cento degli articoli scientifici non viene mai citato e un contributo su due è letto solo da chi lo ha scritto, dal redattore della rivista e da un referee (2). Numeri imbarazzanti e forse esagerati anche se va considerato che, con l’aumento esponenziale del numero delle firme, è molto probabile che neanche tutti gli autori abbiano letto ciò che hanno firmato. Anche quella parte marginale degli articoli citati non è detto siano stati letti da chi li ha inseriti in bibliografia, perché spesso la si fa alla cieca e si lasciano pure gli errori o i refusi degli altri (3).

Do your share for the community. Philip Bourne, Virginia Barbour

Tra le regole per costruire e mantenere la propria reputazione scientifica, Philip Bourne e Ginny Barbour ne hanno inserita una davvero essenziale: “Do your share for the community” (4). Se la ricerca scientifica – soprattutto la ricerca clinica condotta insieme ai cittadini e ai pazienti – non viene condivisa la credibilità del sistema è compromessa. La comunicazione è un dialogo, altrimenti è informazione, qualcosa di simile agli annunci dei treni alle stazioni. La conversazione, a proposito di ricerca, deve iniziare subito, sin dal momento in cui un progetto viene avviato. Un dialogo che deve proseguire aumentando di intensità e sfruttando ogni possibile canale che possa promettere un’interazione bidirezionale con gli altri.

Nella figura Comunicare la ricerca costruita insieme a Ar Ibanez proviamo a suggerire solo alcuni dei tantissimi strumenti a disposizione. Ce ne sono tantissimi altri, a iniziare dalle opportunità offerte dai video, che molti ricercatori utilizzano per sintetizzare e condividere i propri studi, come nuovo format per presentare il curriculum vitae o per raccontare al pubblico i risultati delle proprie ricerche (5). I social media offrono molte opportunità e curare personalmente la propria presenza garantisce che la disseminazione sia accurata: “If you don’t create your online reputation other people are going to do that for you” sostiene il ricercatore dell’università di Birmingham Holly Bik citato in un commento uscito su Nature (6). Per il cittadino, poter seguire la ricerca finanziata pubblicamente sin dal suo avvio è molto importante, perché può restituire credibilità ai ricercatori e fiducia nei confronti del sistema. Serve trasparenza e disponibilità al dialogo e all’ascolto: preoccupazione e rispetto per gli altri sono gli ingredienti di base per costruire la reputazione del ricercatore. Sembra una cosa ovvia, ma il nostro è un Paese strano anche perché da noi non vale né il buon senso né la buona educazione.

Ci preoccupiamo tanto dei ricercatori italiani che vanno a lavorare all’estero. Anche se dovremmo preoccuparci di più per quelli che restano da noi.

 

  1. Evans JA. Electronic publication and the narrowing of science and scholarship. Science 2008; 321:395-9.
  2. Remler D. Are 90% of academic papers really never cited? Reviewing the literature on academic citation. London school of economics blog 2014; 23 aprile.
  3. Simkin MV, Roychowdhury VP. Read before you cite!. arXiv preprint cond-mat/0212043. 2002 Dec 3.
  4. Bourne PE, Barbour V. Ten Simple Rules for Building and Maintaining a Scientific Reputation. PLoS Comput Biol (2011);7(6): e1002108.
  5. Trost MJ, Webber EC, Wilson KM. Getting the work out: Dissemination scholarly work in the technology age. Academic pediatrics 2017;17:223-4.
  6. Woolston C. Recognition: Build a reputation. Nature 2015;521:113-5.

La fotografia in alto è di Evan P. Cordess. Scientists parking only. Flickr Creative Commons.

 

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Luca De Fiore

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Comunicare la salute e la medicina:
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