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Se ti piace, mangialo

Uno studio molto elaborato, modelli complessi di analisi comparata dei rischi, numerose fonte di dati demografici, riferiti alle abitudini alimentari, agli stili di vita, di mortalità (1): con l’obiettivo di avvicinarsi (approximate) al numero e alla quota di cittadini statunitensi la cui morte per cause cardiovascolari potrebbe essere dovuta a una dieta subottimale.

Il 45% delle 700 mila morti per cause cardiovascolari avvenute nel 2012 sarebbe dovuto a una di queste dieci cose: frutta, verdura, noci, farine integrali, carni rosse lavorate o meno, bevande zuccherate, grassi polinsaturi, acidi grassi omega 3 e sale. Beninteso, consumo in difetto o in eccesso, ma comunque a tavola è una strage. Come accade sempre più spesso, però, successivamente alla conclusione di uno studio del genere sono più numerose le critiche che i consensi. “This is a perfect example of science being poisoned by enthusiasm and superstition” ha commentato Larry Husten su Cardiobrief. (2)

Not every food has to be good or bad. Salim Yusuf

La credibilità della ricerca nutrizionale è ai minimi termini ma, invece di prendere atto dell’incertezza, ogni Scuola prosegue per la propria strada senza farsi mettere in crisi dai risultati degli studi degli altri. Un esempio? Delle dieci cose studiate nella ricerca pubblicata sul JAMA, non poche sono oggetto di discussione: troppo poco sale potrebbe far male e il rischio associato al consumo di carni rosse sarebbe sovrastimato.

“When it’s regarding diet, neutral is good. You have to eat something. If you like it eat it. Not every food has to be good or bad”, ha detto Salim Yusuf, uno dei più noti cardiologi e metodologi del mondo, a Larry Husten. (3) In fin dei conti, devono esserne convinti anche al JAMA che ha affiancato allo studio la pubblicazione di un Editoriale che avanza diverse riserve sulla qualità della ricerca, sottolineando come i risultati presentino associazioni e non rapporti di causa-effetto. (4) “Quando il corvo vola via, cade una pera”.

Il proverbio coreano è la sintesi della patternicity: la grande patologia della medicina di oggi, malattia che fa la fortuna dei giornalisti scientifici.

  1. Micha R, Peñalvo JL, Cudhea F, et al Association between dietary factors and mortality from heart disease, stroke, and type 2 diabetes in the United States. JAMA 2017;317(9):912-924. doi:10.1001/jama.2017.0947
  2. Husten L. Has nutrition science been poised? Cardiobrief 2017; 9 marzo. http://cardiobrief.org/2017/03/09/has-nutrition-science-been-poisoned/
  3. Husten L. top cardiology blasts nutrition guidelines. Cardiobrief 2017; 27 febbraio. http://cardiobrief.org/2017/02/27/top-cardiologist-blasts-nutrition-guidelines/
  4. Mueller NT, Appel LJ. Attributing death to diet. Precision counts. JAMA 2017;317:908-10. http://jamanetwork.com/journals/jama/article-abstract/2608201
Comments

2 Comments

iacopo bertini

Caro Luca,

veramente molto interessante, grazie dell’articolo! Sai che anche a me il tema appassiona molto. Proverò a dare la mia spiegazione con alcune considerazioni.
Partiamo dal fatto, incontrovertibile: la scienza dice che un alimento, oggi, è un “toccasana”, domani invece che è meglio tenerlo “a distanza”. Perché succede tutto questo? I motivi sono diversi:
1) la complessità metodologica e le difficoltà sperimentali che la ricerca si trova ad affrontare nello stabilire la relazione tra centinaia di molecole contenuto in qualsiasi alimento e il nostro organismo per poter dare delle risposte affidabili sono talmente tante che ciò che sembrava sicuro fino a ieri oggi può non esserlo più, perché nel frattempo ci sono stati degli studi che hanno apportato nuovi elementi tali da far sentire la necessità di riconsiderare il problema. In pratica, stabilire se un alimento fa male o bene, o comunque quali siano i suoi effetti sull’organismo, è molto più difficile che non determinare l’effetto esercitato da un farmaco.
2) Chi fa ricerca dovrebbe essere consapevole della “parzialità” e “relatività” delle sue scoperte, e per questo dovrebbe cercare di usare toni ed espressioni meno trionfalistici per illustrare il suo lavoro, come sostiene giustamente Larry Husten. Se vogliamo essere sinceri, questo, spesso, non avviene.
3) Non va dimenticato il ruolo dei vari mezzi di comunicazione: per vendere una copia in più o, magari, solo per richiamare l’attenzione, è necessario fare un titolo ad effetto che, a volte, stravolge il senso reale della scoperta scientifica in questione.
4) il lettore/consumatore non sa più a chi credere anche perché è cresciuto, nei suoi anni scolastici con una visione positivistica della scienza, ovverosia semplificando: se c’è un problema, ci sono gli scienziati che lo studiano e, nei limiti del possibile, lo risolvono. Non siamo stati formati, a scuola, con l’idea che le scienze cosiddette “morbide” (la biologia e le scienze della vita in generale) non possono dare quasi mai delle risposte di tipo ingegneristico “tutto o nulla” a problemi complessi (nel nostro caso, un alimento fa bene o male?), anche perché potrebbe essere, come dice saggiamente Salim Yusuf, che un alimento potrebbe far male o anche bene a seconda di chi lo mangia (relazione cibo-geni) e di come ci si predispone a mangiarlo (relazione cibo-psiche-risposta neuroendocrina).

Saluti
Iacopo

Enzo

D’accordo con Jacopo, pressoché al 100%.


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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