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Il direttore? Il dottor Frode.

Non passa giorno che non ci ritroviamo nella posta almeno un invito a scrivere per una rivista che non abbiamo mai sentito nominare. Il 35% dei clinici e dei ricercatori ne riceve più di 6 a settimana: è quello che viene fuori da un sondaggio informale di Nature (se vuoi partecipare vai a questo link). Su Twitter, qualcuno si diverte a raccontare agli amici gli inviti più improbabili, nati dall’associazione che avrà fatto un algoritmo in base a qualche parola chiave contenuta in qualche articolo trovato in letteratura.

A fictitious, completely unqualified person can become an editor (or even editor-in-chief) of some ‘scholarly’ journals. Katarzyna Pisanski

Un numero sempre più elevato di professionisti sanitari cade nella trappola della cosiddetta editoria predatoria e paga per pubblicare su queste riviste. Del resto, questi autori non hanno tutti i torti, perché alcuni di questi periodici riescono addirittura a essere indicizzati e, come tali, a premiare con un titolo valido anche a fini concorsuali chi firma i lavori. La cosa più inquietante è il coinvolgimento attivo in qualità di editor di alcuni clinici e ricercatori talvolta affiliati a istituzioni non di secondo piano. Gli editori promettono una quota dei ricavi ottenuti, anche se spesso i contratti sono un raggiro, perché la direzione della rivista presuppone la submission di propri contributi. Ovviamente, a pagamento anche quelli.

La storia raccontata da quattro ricercatori dell’università di Wroclaw in Polonia è esemplare. Inventano la figura di una collega, Anna O. Szust, che ha nel nome (Oszust) la frode. Ne costruiscono un profilo sui social media e un curriculum accademico e si candidano a nome di Anna a svolgere il ruolo di editor per 360 periodici. Un terzo estrapolato dal Journal Citation Report, un terzo dalla Directory of Open Access Journals (DOAJ) e un terzo dalla ormai mitica lista di Jeffrey Beall, il documentalista che ha archiviato nel corso degli ultimi anni molte centinaia di predatory journals . Nessun periodico del primo elenco è caduto nel tranello, solo il 7% tra le riviste DOAJ e il 33% dei periodici d’assalto.

Quella dei quattro psicologi polacchi è una provocazione forte, non solo rivolta agli editori da strapazzo: l’accademia dovrebbe ribellarsi, ma non lo fa. Jeffrey Beall ha dovuto interrompere il proprio lavoro di scouting delle riviste predatorie. “There was pressure from my university to stop,” ha dichiarato al New Yorker.

“Universities don’t like negative things; they like happy, smiling people, not a lot of politics. I kind of feared for my job.”

 

 

Comments

1 Comment

Raffaele

Incisivo e puntuale come sempre.
Grazie della bella lettura.


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…