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La comunicazione e il Marchese del Grillo

Uno studio uscito su PLoS One[i] mostra che le riviste di maggiore impatto e i ricercatori più autorevoli scelgono la strada della narrazione: “This effect is closely associated with journal identity: higher-impact journals tend to feature more narrative articles, and these articles tend to be cited more often. These results suggest that writing in a more narrative style increases the uptake and influence of articles in climate literature, and perhaps in scientific literature more broadly.”

Lo storytelling è uno strumento di disseminazione della scienza perché riferendo i risultati dei propri studi in maniera narrativa si ottengono risultati migliori rispetto a quelli che si raggiungono con un resoconto accademico tradizionale: “Presenting the same information in a more narrative way has the potential to increase its uptake—an especially attractive prospect in the context of climate science and scientific writing generally—and consequently, narratives are widely recognized as powerful tools of communication.” Quali sono gli indicatori che secondo gli autori distinguono un testo narrativo da uno prevalentemente espositivo? Setting, narrative perspective, sensory language, conjunctions, connectivity, e appeal. Questi hanno a che fare con la  precisazione dei contesti nei quali le ricerche sono state svolte; con la presenza di un narratore che in prima persona (singolare o plurale) espone il percorso di ricerca; con la presenza nel testo di espressioni capaci di suscitare emozioni in chi legge; con la capacità di spiegare al lettore le motivazioni che hanno suggerito di approfondire quell’argomento e di sollecitarlo ad agire, mettendo in atto comportamenti coerenti con gli obiettivi raggiunti nella ricerca. Infine, con la capacità degli autori di collegare le frasi e le parti del testo in modo convincente, persuasivo e fluido.

La tendenza a “rendicontare attraverso il racconto” la vediamo ogni giorno: nel successo delle TED talks, nella popolarità di libri su argomenti complessi ma valorizzati da editor particolarmente capaci, nella presenza attiva dei ricercatori sui social media, con le opportunità ma anche i rischi che ne discendono. Storytelling e social media: strumenti delicati e non sempre facili da usare, però, soprattutto in questi anni in cui la credibilità della scienza è ai minimi termini. L’errore più grande che può essere fatto è quello riportato dal Belli in un famoso sonetto:

C’era una vorta un re cche ddar palazzo / mannò ffora a li popoli st’editto: / “Io so io, e vvoi nun zete un cazzo, / sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto”.

Nel momento in cui uno studioso, un clinico, un ricercatore accetta la sfida, deve oltrepassare un confine, accettando di mettersi in discussione perché la comunicazione non è mai unidirezionale e impone il confronto e il dialogo.

Sforzatevi di alimentare la conversazione. Atul Gawande (Con cura).

A chi gli chiedeva quale fosse il suo mestiere, il critico d’arte e scrittore John Berger rispondeva di essere, per l’appunto, uno storyteller, specificando: “If I’m a storyteller it’s because I listen. For me, a storyteller is like a passeur who gets contraband across a frontier.”

Se vuole comunicare dialogando anche con gli interlocutori più difficili, il ricercatore deve sconfinare e, soprattutto, essere pazientemente capace di ascoltare, ricordando che le proprie certezze – anche quelle più robuste – potranno sempre essere messe in discussione.

 

[i] Hillier A, Kelly RP, Klinger T. Narrative style influences citation frequency in climate change science. PLoS ONE 2016;11: e0167983.

 

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Ziad Obermeyer

Acute hospital care--Is less more, or less? short answer: it's both. My auto-commentary @EmergencyMedBMJ : ow.ly/bKEb50dwjFs pic.twitter.com/BnYLlNpCcv

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…