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Manca uno sguardo critico sulla medicina

Chi lavora nell’editoria sa che la fine dell’estate coincide con l’operosità (beh, più o meno) dell’attuazione dei buoni propositi e dei programmi fatti sotto l’ombrellone o camminando in montagna. Si definiscono i cataloghi delle riviste, ci si vede alla fiera del libro di Francoforte, si programmano le uscite autunnali sperando di recuperare tutti i ricavi mancati in primavera.

L’editoria medica e scientifica è in prima linea e già fioccano tra le email gli inviti a discutere alla Buchmesse di improbabili progetti editoriali (sembra non sia più possibile produrre libri che abbiano meno di 600 pagine). Per lo meno da 50 anni è così. Eppure, nonostante si pubblichi sempre di più, il pensiero critico sulla salute è marginale: perché?

In Italia, non è nato nulla di più che qualche progetto editoriale (o molto meno). [Corollario: Non ci sono più gli intellettuali di una volta] In realtà, solo guardando agli ultimi dieci anni, sono stati pubblicati pure in italiano libri importanti. Penso a quelli di Marcia Angell, di Allen Frances, di Moynihan e Cassels,  di Welch, di Goldacre o Goetzsche, a quelli di Iona Heath. Non manca l’offerta: semmai, la domanda è modesta, così che pubblicare libri come questi è una scommessa, un esperimento al quale si sottopongono a turno case editrici diverse. Proprio perché chi rischia raramente può permettersi di riprovarci un’altra volta.

Le pagine di medicina di giornali e riviste fanno paura. [Corollario: Non ci sono più giornalisti di una volta.] Distinguere tra vere e false novità è complicato anche per chi ha esperienza di ricerca. Riviste famose pubblicano studi di poco valore: anzi, più sono note le riviste e maggiore è il rischio che proprio su quelle escano articoli legati a strategie di marketing industriale. Allo stesso modo, istituzioni di primo piano sfornano continuamente comunicati stampa a proprio esclusivo interesse commerciale. Di bravi giornalisti è piena l’Italia ma non sono messi nelle condizioni di lavorare bene.

Le biblioteche scolastiche e di quartiere non sostengono l’editoria. [Corollario: Non ci sono più le biblioteche di una volta]. Le biblioteche non hanno fondi. Manca quella base di copie assorbite dalle istituzioni pubbliche che permette di sopravvivere all’editoria anglosassone di qualità. Però, in Italia non c’è mai stata una rete di biblioteche interessata a costruire un fondo di opere di questo genere: non è una novità, quindi, e non può avere avuto un’influenza sullo stato attuale dell’informazione scientifica.

Le librerie indipendenti chiudono. [Corollario: Non ci sono più le librerie di una volta]. Il numero di librerie diminuisce e resistono (in parte) soprattutto quelle delle più ampie reti commerciali (Feltrinelli, Giunti, Mondadori, ecc.). Comunque, in nessun tipo di libreria è mai stato dato spazio ad un settore dedicato all’informazione sulla salute che non sia orientato alle medicine alternative o naturali.

Quindi?

Autori, editori, giornalisti, biblioteche, librerie ci sarebbero. Manca qualcosa che metta a sistema tutti i potenziali attori. Un progetto culturale ma anche un modello di business, per così dire. Manca la possibilità di investire senza l’angoscia di un recupero quasi immediato degli investimenti. Manca la determinazione delle istituzioni pubbliche a investire nella formazione di una coscienza scientifica dei cittadini. Manca l’interesse degli organismi di governo – dai ministeri all’Agenzia del farmaco, dall’Istituto superiore di sanità alle Regioni – a investire su un’informazione che non sia genericamente “indipendente” (nessuno se la augurerebbe) ma che non sia condizionata da interessi industriali.

Manca la disponibilità del lettore. Non c’è (o è cosa rara) la volontà del “paziente” di ragionare sulla salute ammettendo un margine di incertezza, accettando la precarietà delle poche e transitorie sicurezze e il continuo divenire della conoscenza. Senza questo coraggio diffuso il cerchio non si chiude. Leggendo della distribuzione gratuita di rimedi omeopatici a Acquasanta, la domanda inevasa diventa un’altra.

A chi fa gioco che un pensiero critico sulla salute non si diffonda?

 

Comments

2 Comments

stefano cagliano

sublime.
E naturalmente scritto pensando anche a me

Gianna Milano

Aggiungerei che a contribuire alla non diffusione di un pensiero/sguardo critico sulla salute abbia contribuito la china scientista degli ultimi decenni. Questa idea della scienza medica con la S maiuscola, infallibile, capace di sconfiggere ogni male, madre dell’accanimento terapeutico (e diagnostico) abbia obnubilato ogni capacità riflessiva sul procedere incerto della medicina. E sulla finitezza della vita. A chi giova questa cultura dominante? La risposta è scontata.


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Bishal Gyawali

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Luca De Fiore

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