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Quale responsabilità per il giornalista scientifico?

Una via di mezzo tra informazione e intrattenimento:  ecco cos’è la gran parte del giornalismo scientifico. Infotainment, scriveva Jalees Rehman sul Guardian tre anni fa:  dalle posizioni più bizzarre dell’accoppiamento animale  alle associazioni imprevedibili tra cibi e longevità o all’ennesima medicina miracolosa che – chissà perché – potremmo tranquillamente far crescere noi stessi sul balcone di casa.

L’obiettivo è riempire pagine “scientifiche” senza né capo né coda ma molto frequentate, facendo crescere la massa critica di contenuti che fa tanto comodo ai media che vogliono aumentare il traffico.”Ci vuole uno sguardo critico sulla scienza”, diceva Rehman nel suo intervento opportunamente rilanciato su Twitter nei giorni scorsi, perché – più di altre sezioni del giornale – la pagina Scienze è un porto franco, uno spazio dove sembra sia possibile sostenere qualsiasi cosa. Salvo, nota Rehman, chiudere il proprio contributo raccontando che sono comunque necessari ulteriori studi o che quei fantastici risultati ottenuti su porcellini d’India non è detto che siano confermati su quei poveri disgraziati che accetteranno di essere arruolati nella sperimentazione clinica preannunciata.

Science journalists have forgotten how to be journalists. Martin Robbins

Perché succede?

  • Per auto-assoluzione: chi costruisce una notizia  da uno studio pubblicato su una rivista accademica si sente protetto dal processo di peer review cui l’articolo è stato sottoposto. “The peer-review process is equated with a <fact checker> role, thus allowing infotainment science journalism to promote the perspectives of the researchers who conducted the studies.”;
  • per impossibilità: gli articoli sono pagati poco e il costo dell’abbonamento alle riviste è proibitivo. Il testo completo delle fonti non lo legge (quasi) nessuno ed è raro lo facciano i giornalisti;
  • per pigrizia: fa scegliere la strada più comoda dello stile “he-said-she-said”, del trascrivere un paio di dichiarazioni di opinion leader inserite alla meglio in un comunicato stampa fornito bello che pronto;
  • per convenienza economica: le agenzie di comunicazione corteggiano i giornalisti offrendo loro viaggi per partecipare a congressi o per visitare sedi di industrie farmaceutiche in capitali europee, o elargendo compensi sovradimensionati per intervenire come moderatori a tavole rotonde o per scrivere brevi contributi su riviste aziendali;
  • per mancanza di competenza specifica: metodi e risultati di molto studi sono di difficile comprensione ed è quasi impossibile scoprire distorsioni o falsificazioni.

C’è il rischio reale che sia vero quello che Martin Robbins sosteneva sempre sul Guardian diversi anni fa: “Science journalists have forgotten how to be journalists. They’re actually science communicators, (…) don’t call yourself a science journalist if that’s what you’re doing, call yourself a science blogger, call yourself a science communicator, but if you’re going to call yourself a journalist then behave like a journalist, dig for stories, ask questions of science, ask questions of scientists, look at numbers, look at figures, and do what journalism does.”

Il churnalism è la soluzione che mette d’accordo tutti: chi deve promuovere qualche prodotto, il giornalista che deve preparare un pezzo in poco tempo e per due lire, la rivista che deve produrre contenuti con il minimo budget. “Churnalism is a form of journalism in which press releases, wire stories and other forms of pre-packaged material are used to create articles in newspapers and other news media in order to meet increasing pressures of time and cost without undertaking further research or checking.” “If you are not actually providing any analysis, if you’re not effectively “taking a side – sosteneva Ed Yong sul blog di Discover qualche anno fa. “Then you are just a messenger, a middleman, a megaphone with ears. If that’s your idea of journalism, then my RSS reader is a journalist.”

Journalism is a set of values. Heather Chaplin

Che fare? Ripensare la formazione dei giovani giornalisti. Alla New School di New York, per esempio, si sta sperimentando una sintesi tra giornalismo critico e design della comunicazione (vedi): il giornalismo come metodo di lavoro guidato da valori più che come insieme di tecniche e di competenze specifiche. L’interpretazione del dato è la premessa perché il giornalista si costruisca un proprio punto di vista e lo comunichi in modo convincente a chi legge o ascolta. Solo il lavoro di giornalisti consapevoli può restituire ai media il ruolo di “cornici di senso”, strumenti capaci di indicare percorsi, significati, direzioni…

 

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Luca De Fiore

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