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Numeri e uso cattivo delle parole

Ci addormentiamo a fatica pensando alla crescita zero della produzione nel secondo trimestre dell’anno. Ci svegliamo di notte con l’incubo del 35,6% di disoccupazione giovanile in Italia, oltre dieci punti dalla situazione tedesca. Ripensiamo al 43.03 di Van Niekerk nei 400 nello stadio di Rio. Divisi tra la confortante certezza del cronometro olimpico e la rassegnata frustrazione del leggere continuamente cifre solo quasi mai riferite a fonti credibili e spesso discordanti tra loro.

La moda delle infografiche complica tutto: se mal fatte, sono economiche perché occupano spazio sul giornale e fanno risparmiare sul già magro compenso ai giornalisti. Più costose per il lettore, se è vero che in una pagina di Repubblica del 17 agosto ci sono 50 cifre diverse o ripetute a proposito degli ospedali usati come bersaglio militare. Diversa la gravità, ma l’intensità del bombardamento di tragedie e cifre è la stessa. Numeri utili solo per costruirsi idee approssimative, slegati da contesti, spiegazioni, approfondimenti.

I numeri si leggono più rapidamente ma si comprendono più difficilmente delle parole. Gli manchiamo di rispetto. Un esempio? “Book reading provides a survival advantage among the elderly”, conclude un articolo pubblicato su Social Science and Medicine (1). A distanza di 12 anni dall’avvio dello studio, leggere 3,5 ore alla settimana aumenterebbe la sopravvivenza del 17% e la longevità crescerebbe fino al 23% per chi leggesse più di mezzora al giorno. In concreto, ecco come la spiegano i tre autori della ricerca: “When readers were compared to non-readers at 80% mortality (the time it takes 20% of a group to die), non-book readers lived 85 months (7.08 years), whereas book readers lived 108 months (9.00 years) after baseline, Thus, reading books provided a 23-month survival advantage.”

Finally, I can smoking again, as long as I keep up the books. John Brosnan

E’ lo studio perfetto per essere rilanciato ad agosto, quando oltre ai lettori sono in vacanza anche i giornalisti così che i comunicati stampa fanno molto comodo. Soprattutto se la press release, come in questo caso, arriva da Yale. Infatti, c’è cascato pure il New York Times. (2) Si tratta di una ricerca talmente ricca di fattori di confondimento che le conclusioni degli autori potrebbero semplicemente essere capovolte: le persone in migliore salute e pertanto più serene, capaci di rifletter e ragionare, al punto di leggere libri anche da anziani, sono quelle che vivono di più. Ancora: le persone più istruite e di reddito più elevato, che dunque possono permettersi di acquistare dei libri, vivono di più. Grazie dell’informazione. Invece no: è più facile intitolare A chapter a day keeps the doctor away. Anche a costo di farsi prendere in giro su Twitter da John Brosnan.

Numbers drive the misuse of words. Jonathan R. Goodman

In un post breve e divertente, JR Goodman sostiene giustamente che sono le cifre che guidano il cattivo uso delle parole (3). E’ così. Ai numeri possiamo far dire (quasi) ogni cosa, anche perché chi legge o ascolta difficilmente ha gli strumenti o la pazienza per scoprire l’inganno. Per questo, la raccomandazione di Gerd Gigerenzer è essenziale: “Statistical literacy is a necessary precondition for an educated citizenship in a technological democracy” (4). Proprio Gigerenzer è l’eroe di riferimento di un libro appena uscito, Doctor G. Ai meno giovani potrà ricordare le tavole di Guido Crepax su Tempo medico che tracciavano sinteticamente un caso clinico. In questo caso, però, Luca Iaboli (medico), Luana Caselli (ricercatrice), Grazia Lobaccaro (disegnatrice) e Marco Mardoglio (sceneggiatore) si sono scelti un compito più complicato, perché l’obiettivo del loro lavoro è (provare a) sciogliere la complessità di alcuni concetti chiave dell’epidemiologia clinica. In pratica: cosa nascondono i numeri che vengono proposti quotidianamente al medico, al dirigente sanitario, al giornalista scientifico e al cittadino.

Sono riusciti nell’impresa e ora che sono partiti la cosa può ancora migliorare per forma e equilibrio: concetto di rischio, di bias, di sensibilità/specificità di un esame e così via. Ancora: sovradiagnosi e sovratrattamento, utilità e danno degli screening di popolazione. Un libro amplificato, perché il lettore può seguire il QR Code arrivando a contenuti supplementari, così che i livelli di lettura e di approfondimento possono crescere a seconda dell’interesse e del desiderio dell’utente. Un intervento, questo di Iaboli e dei suoi compagni di avventura, evidentemente politico oltre che culturale: è chiara la volontà di studiarle proprio tutte, le forme di comunicazione, prima di lasciare definitivamente il campo a chi, della difficoltà a leggere i numeri, ha fatto il proprio principale strumento per confondere, a tutti, le idee…

 

  1. Bavishi A, et al. A chapter a day. Association of book reading woth longevity. Social Science & Med 2016; online 18 luglio 2016.
  2. Bakalar J. Read books, live longer? The New York times Blog, 3 agosto 2016. http://well.blogs.nytimes.com/2016/08/03/read-books-live-longer/?_r=0
  3. Goodman JR. How statistics are twisted to obscure public understanding. Aeon Ideas 2016; 21 luglio. https://aeon.co/ideas/how-statistics-are-twisted-to-obscure-public-understanding
  4. Gigerenzer G, Gaissmaier W, Kurz-Milcke E, Schwartz LM, Woloshin S. Helping doctors and patients make sense of health statistics. Psychological science in the public interest 2007;8(2):53-96.
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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…