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Conflitto di interessi: la trasparenza conviene

A parole, il mondo dell’editoria scientifica è stato tra i primi a dedicare attenzione ai conflitti di interessi. Bill Clinton succedeva a George W. Bush, un pazzo fanatico della Graf accoltellava la Seles e i direttori delle più famose riviste di medicina preparavano un documento destinato a diventare un riferimento obbligato per regolare i “competing interests”: era il 1993. [qui c’è il documento scaricabile]

Dopo oltre 20 anni, quella linea di indirizzo è ancora valida, commentano Roberta Rampazzo e Andrea Messori sul BMJ [qui c’è la Rapid response di Rampazzo e Messori a un editoriale della rivista]. “Eppure, in molti paesi – e tra questi l’Italia – la pratica di dichiarare i propri conflitti di interesse è poco diffusa, in particolare perché è percepita spesso come un’incombenza burocratica invece di una forma di validazione scientifica”. Inoltre, se a livello di commissioni ministeriali e di governo nazionale è una procedura adeguatamente rispettata, in ambito regionale è una prassi largamente disattesa.

The commoner remedy for conflict of interest is disclosure. Richard Smith

Il modello di disclosure dell’International Committee of Medical Journal Editors di cui dicevamo prima potrebbe essere utilizzato dalle commissioni terapeutiche regionali per raccogliere le dichiarazioni dei propri membri. Una rapida survey condotta da Rampazzo e Messori su dieci regioni italiane ha dato risultati sconfortanti: solo nel Lazio, in Emilia-Romagna e in Veneto è obbligatorio compilare la dichiarazione e solo nella prima delle tre regioni è messo a disposizione un modulo predefinito.

C’è da scommettere che i clinici e i ricercatori più riservati o reticenti nel dichiarare i propri interessi privati avrebbero un atteggiamento differente se sapessero delle ricerche di Sunita Sah. Medico e bioeticista, Sah insegna alla Cornell University e studia i processi decisionali soprattutto in rapporto alla trasparenza dell’informazione e all’influenza delle dichiarazioni di conflitto di interesse [nel sito personale è possibile accedere a molti suoi articoli]. Ebbene: la presenza di una disclosure influenza il modo in cui ci accostiamo al contenuto che ci viene proposto e, fin qui, potevamo aspettarcelo. Se leggendo un articolo vediamo l’autore dichiarare l’assenza di conflitto di interessi ci accostiamo al contenuto rinfrancati.

Disclosure can become a burden on advisees, increasing pressure to take advice they now trust less. Sunita Sah [New York Times]

Ma la cosa interessante è che se vediamo ammettere in modo trasparente un’attività di consulenza o il ricevimento di somme di denaro da parte di industrie ci accostiamo al contenuto con maggiore fiducia rispetto a quella che avremmo nei confronti di un articolo privo di dichiarazione di conflitto di interessi. Bel problema, direbbe una persona onesta: se accompagnato da una disclosure, un punto di vista fraudolento o condizionato fa comunque più presa sul lettore rispetto a un articolo “indipendente”.

Questione complicata che può trovare un’unica, impossibile, soluzione: se diversi anni fa Richard Smith sosteneva che la disclosure fosse la soluzione più comune, oggi l’unica strada percorribile è quella di non avere conflitti di interesse.

 

 

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Trasparenza, conflitto di interessi, e eccellenze italiane | BAL Lazio

[…] UK: transparency should no longer be an optional extra, BMJ 2016;354:i3730 Luca De Fiore. Conflitto di interessi: la trasparenza conviene, dottprof, 19/07/2016. Il modulo per la dichiarazione dei conflitti di interesse […]


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Luca De Fiore

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