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Come si misura la qualità della ricerca?

Maryam provava sempre a smontare le costruzioni del fratello e i telefoni dei genitori. Solo per il gusto di provare a rimontarle. Ricostruire le parti di un tutto era la sua ossessione. Un po’ di quest’ansia continua a tenerle compagnia anche oggi che, da biologa molecolare, studia la pseudouridilazione del Rna. “Ho la fissa per i progetti e i modelli” ha confessato in un’intervista a ScienceArt Center. Maryam è ricercatrice della Rockfeller University e, in un post nel blog dello Scientific American, ha scritto una cosa vera e davvero bella: “A scientist’s own personal relationship evolves uniquely. To be a scientist requires resilience to unrelenting, unromantic failure”.

To be a scientist requires resilience to unrelenting, unromantic failure. Maryam Zaringhalam

Ci vuole coraggio ad ammettere una debolezza che si cerca quasi sempre di nascondere. Una debolezza, scrive Maryam, che si apprende e si vive per lo più in solitudine: “It’s a lesson we rarely see coming and often must learn alone”. Del resto, ci vogliono far credere che la scienza segue un processo inarrestabile, che la medicina è onnipotente (tranquilli: la cura del cancro è solo questione di tempo, a forza di moonshot) e la ricerca “buona” è per forza quella che risolve i problemi. Quella che impiega poco tempo a disegnare, svolgere e pubblicare uno studio.

Poco (o nulla) importa che a essere per lo più disegnata, eseguita e pubblicata in fretta sia la ricerca supportata dall’industria: abbiamo un esempio negativo e potrebbe pure starci se chi governa la sanità raccomandasse ponderazione della determinazione dei quesiti di ricerca, oculatezza nella scelta delle migliori metodologie, prudenza nel reclutamento dei partecipanti, cautela nell’interpretazione dei risultati e parsimonia nella corsa alla pubblicazione. Al contrario, la valutazione della qualità della ricerca sembra non voler tener conto dei fallimenti che anche il ricercatore “migliore” e più onesto sa essere comunque dietro a ogni angolo. La cultura scientifica prevalente preme perché con la massima fretta siano prodotte – ma soprattutto annunciate – “innovazioni”. Del resto, è comprensibile se l’obiettivo è il brevetto.

La questione meriterebbe una riflessione (anche a costo di perdere qualche minuto…) a partire da un elemento che – del tutto trascurato in Italia per almeno sette anni – è improvvisamente diventato di grande interesse: la campagna di Sir Iain Chalmers e Paul Glasziou  che sollecita a evitare gli sprechi nella ricerca. La serie di contributi usciti sul Lancet nel 2014 – preceduta da un articolo pubblicato già nel 2009 –  è stata di recente ripresa da un post sui blog del BMJ . I punti sollevati da Chalmers e Glasziou sono essenziali ma vanno considerati nel loro insieme e senza perdere di vista le ragioni (anche “storiche”, per così dire) che hanno suggerito ai due autori di concentrare il loro impegno su questo tema.

L’obiettivo della REWARD Alliance è la tutela dell’interesse del cittadino per una ricerca libera da interessi industriali, rigorosamente condotta da istituzioni pubbliche, che produca una migliore assistenza sanitaria.

Ancora una volta, si tratta di ricostruire le parti di un tutto, come farebbe Maryam Zaringhalam nel suo laboratorio. Il “tutto” è nella storia di Iain Chalmers e di Paul Glasziou, nella loro passione per la ricerca utile, nella loro integrità, nella costante attenzione per le persone più fragili. Gli ingredienti che hanno sempre considerato indispensabili per fare ricerca sono onestà, equilibrio, competenza e indipendenza. Tutto il resto viene dopo.

 

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Luca De Fiore

Trials' crowdfunding raises important questions about research management and patients' willingness to be involved and share data. twitter.com/g__recchia/sta…

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