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Narrare, senza raccontarci storie

Amiamo le storie perché ci rassicurano, ci confortano nella loro prevedibilità. A «scoprirlo» è stato Kurt Vonnegut (ma ancora molto prima Vladimir Propp a proposito delle fiabe. Il primo grafico a sinistra, in basso, è uno dei plot ricorrenti, una delle «forme delle storie» raccontate da Vonnegut. Anzi, è forse la forma per eccellenza, quella caratterizzata dall’entusiasmo iniziale, seguito dalla sfiga cosmica (Vonnegut la definisce con l’espressione the man in the hole) e dal riscatto finale.

E quella accanto, nel mezzo? E’  una delle più classiche «forme» delle storie che incontriamo sfogliando una rivista scientifica. Che roba che mi è capitata: un caso clinico? Una serie di casi? Qualsiasi cosa sia quella raffigurata, nasce dal quotidiano ma diventa rapidamente una gran figata, puoi starne certo. Ehm… certamente il nostro studio ha qualche limite che non possiamo tacere (the study in the hole), ma dopotutto nessun altro aveva mai descritto una cosa di questo tipo. Non è vero? Il più delle volte si tratta di studi superflui, di ricerca inutile. Anzi, utile soltanto a chi la svolge e riceve finanziamenti e, pubblicando, va a caccia di nuovi fondi. Sulla destra, una variante classica, quella del cherry-picking. Si parte il più delle volte da un «problema» di cui si amplifica la portata. Una malattia inventata (la timidezza degli adolescenti? Il ridotto desiderio sessuale nella donna? Il prediabete? La preipertensione? La premorte?). Si «studia» e si scelgono i risultati più utili a confermare la tesi.

Che dire poi degli studi di cui non vengono resi pubblici i dati? Di quelle ricerche che esitano in oltre 20 mila pagine depositate presso le agenzie regolatorie, che si riducono magicamente alle 6 pagine pubblicate sul Lancet? Anche loro rientrano tra i classici, ormai. E il plot è sempre uguale, con due parentesi a chiudere il nulla. Infine, gli iceberg. Ne è piena la medicina di oggi: malattie enfatizzate, problemi ingigantiti, per cui dovremmo contemporaneamente soffrire di osteoporosi, ipertensione, diabete… Immancabilmente, i risultati di studi sono modesti e … more research is needed.

Sono le mille e una notte del ricercatore biomedico. Si raccontano storie per perpetuare la situazione attuale: richiesta di finanziamenti, ricerca, pubblicazione e ancora via ripetendo lo stesso percorso.

Data analysis isn’t about graphics and visualizations; it’s about telling a story. Daniel Waisberg

Rendicontare la medicina o la scienza è un’attività di storytelling. Anche analizzare dei dati, interpretarli, riferirli non è cosa che riguardi numeri e grafici. E’ raccontare una storia. Che dev’essere sorretta, però, da un rigore etico che guidi le decisioni. Raccontare la scienza deve servirsi di narrazioni. Ma raccontare la scienza non deve tradursi nel raccontarsi storie.

E’ nel confine tra narratives e stories il delicato equilibrio dell’etica della comunicazione.

 

[questa è la seconda parte di un racconto, in parte dialogato, con i professionisti della ASL di Reggio Emilia e con i ragazzii e le ragazze (soprattutto) del master di comunicazione scientifica della SISSA di Trieste]
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Luca De Fiore

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