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Condivisione dei dati: sì, ma, forse…

Se non ci fosse di mezzo la salute della gente, sarebbe quasi divertente. La querelle tra i ricercatori indipendenti e il New England Journal of Medicine (NEJM) si è arricchita di un nuovo episodio. In coincidenza con la pubblicazione – contemporanea sulle più conosciute riviste di medicina – del documento dell’International Council of Medical Journal Editors riguardo la condivisione dei dati di ricerca1, il NEJM ha pubblicato un editoriale2 a firma del direttore Jeffrey M. Drazen e di uno dei suoi più stretti collaboratori, Dan L. Longo, che si apre con una frase a effetto: «La vista dall’alto del concetto di condivisione dei dati è bella». Frase che presuppone la convinzione da parte degli autori del contrario: «A ben vedere, la condivisione dei dati è un orrore».

La prima parte dell’editoriale è dedicata alla metodologia degli studi e, di fronte alle diverse possibili difficoltà, dà una risposta: le scelte che riguardano la produzione e la raccolta dei dati possono essere comprese soltanto da chi ha condotto la sperimentazione. Come ha fatto osservare Lars Jensen su Twitter, se così fosse il NEJM dovrebbe da tempo aver abolito la peer review: a pensarci bene, qualcuno questo dubbio lo ha. Secondo argomento dei due editor: se dei ricercatori che non abbiano condotto lo studio – dopo aver analizzato i dati raccolti da altri – provassero a mettere in discussione l’interpretazione originale sarebbero classificati tra i “parassiti della ricerca”. Si tratterebbe di una categoria già conosciuta e al lavoro, secondo il NEJM, anche se non vengono dati elementi per rintracciare questi pericolosi personaggi, così da starne prudentemente distanti.

Concludendo il loro intervento, Longo e Drazen suggeriscono il percorso che dovrebbe invece guidare il ricercatore onesto e non parassitico, nel caso decidesse di utilizzare dati “non suoi”. Proviamo a seguirlo, vedendo cosa sarebbe successo se i principi del NEJM fossero stati seguiti nella rivisitazione dell’ormai noto Trial 329 recentemente pubblicato “restaurato” da The BMJ3.

  1. Primo, devi partire avendo una nuova idea: per esempio, che dei farmaci antidepressivi prescritti ad adolescenti non siano più efficaci del placebo e possano invece comportare il rischio di effetti collaterali molto gravi.
  2. Fin qui, puoi procedere senza particolari problemi, giungendo alla tappa successiva: contatta i ricercatori che hanno firmato gran parte dei lavori pubblicati e proponi loro una collaborazione. A quel punto scopri che molti di quei personaggi sono solo dei ghostwriter e che gran parte dei progetti di ricerca non li ha visti coinvolti4.
  3. Rispetti il terzo passaggio e, comunque, proponi di lavorare insieme, rivolgendoti – se non agli autori fantasma – allo sponsor che teneva le fila di tutto per verificare i tuoi dubbi e la nuova ipotesi. Qui il gioco si fa ancora più difficile: chi ha firmato gli articoli si dà alla macchia e l’azienda, comprensibilmente, non è disponibile5.
  4. A questo punto non è proprio più possibile seguire i consigli del settimanale della Massachusetts Medical Society: la questione non riguarda più la lana caprina della authorship o della correttezza più o meno formale della pubblicazione, ma il codice penale. Almeno, chi conosce la storia si augurerebbe qualcosa del genere.

Fin qui l’articolo sul NEJM, e «se tu facessi affidamento soltanto sui media tradizionali non sapresti mai cosa è successo»6. La risposta sui social media è stata sorprendente. Qualcuno ha creato su Twitter l’account Research Parasite (@dataparasite) che in pochi giorni ha raggiunto quasi 700 follower. Un altro utente anonimo di Twitter (@redpenblackpen) ha fatto nascere #Sucky, un vermetto che si è subito segnalato per la propria educazione ringraziando il NEJM per la popolarità inaspettata che gli ha regalato.

Il Nobel Barry Marshall ha sottolineato come tra i suoi pari che hanno ricevuto il premio dalla Accademia delle scienze svedese sia pieno di parassiti della ricerca: da Einstein a Michelsen e Morley. Di fronte a una risposta così ampia e qualificata, la direzione del NEJM ha reagito con un nuovo editoriale7: una scelta con pochi precedenti. La rivista – assicura Drazen – seguirà le raccomandazioni dell’ICMJE: «When appropriate systems are in place, we will require a commitment from the authors to make available the data that underlie the reported results of their work within 6 months after we publish them». A ben vedere, vengono poste due condizioni: la prima, riguarda la previsione di “sistemi appropriati” di gestione della pubblicazione dei dati e, in assenza di specifiche, una frase del genere può compromettere sostanzialmente l’adesione alla policy dell’ICMJE. Secondo, i dati su cui si basa lo studio pubblicato devono essere resi pubblici entro 6 mesi dalla pubblicazione. Prevedere un intervallo di tempo così lungo è da irresponsabili, ha dichiarato a Medscape Michael Hoffman, ricercatore dell’Università di Toronto8. Quale sarebbe il significato di un embargo di questo tipo? Quale vantaggio si intenderebbe garantire alle riviste o agli autori firmatari del lavoro? Quali danni potrebbe provocare invece alla ricerca? Ancora più in concreto, quali sanzioni adotterebbe una rivista qualora gli autori non rispettassero gli impegni presi? Gli articoli i cui dati non fossero resi pubblici nei tempi prescritti sarebbero ritirati?

Come ha osservato Steven Salzberg, della Johns Hopkins University, nel suo blog su Forbes9 la pubblicazione dell’editoriale del NEJM ha coinciso con la dichiarazione del vicepresidente statunitense Joe Biden che, al World Economic Forum, ha indicato nella mancata condivisione dei dati una delle principali cause che frenano la ricerca in ambito oncologico: «We’ll encourage leading cancer centers to reach unprecedented levels of cooperation, so we can learn more about this terrible disease and how to stop it in its tracks… Data and technology innovators can play a role in revolutionizing how medical and research data is shared and used to reach new breakthroughs».

La scienza è uno sport di squadra: è una frase ricorrente ma sono solo chiacchiere. Al dunque, prevalgono le rivalità e sono pochi i ricercatori disposti a rinunciare ai privilegi delle conoscenze acquisite e non condivise. Forse ha ragione David Shaywitz, che sempre su Forbes10 si è detto contento dell’editoriale del NEJM. Non perché ne condivida il contenuto, ma perché finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di dire quello di cui la maggioranza degli accademici è convinta.

 

Bibliografia

  1. International il 26 gennaio 2016.
  2. Longo DL, Drazen JM. Data sharing. New Engl J Med 2016; 374: 3.
  3. Le Noury J, Nardo JM, Healy D, et al. Restoring Study 329: efficacy and harms of paroxetine and imipramine in treatment of major depression in adolescence. BMJ 2015; 351: h4320.
  4. McHenry L, Jureidini J. Industry-sponsored ghostwriting in clinical trial reporting: a case study. Account Res 2008; 15: 152-67.
  5. Kraus JE, letter to Jon Jureidini. 2013.bmj.com/content/suppl/2013/11/12/bmj.f6754.DC1/doshinov16.ww1_default.pdf
  6. Husten L. NEJM editors flip flops on data sharing after social media firestorm. Cardiobrief 2016; 25 gennaio (ultimo accesso 27 gennaio 2016).
  7. Drazen JM. Data sharing and the Journal. New Engl J Med 2015; pubblicato online il 25 gennaio.
  8. Frellick M. NEJM Editors backtraks on data-sharing ‘parasites’ editorial. Medscape 2016; 26 gennaio.
  9. Salzberg S. NEJM calls data scientists ‘Parasites’. Can Joe Biden change their minds? Forbes 2016; 25 gennaio.
  10. Shaywitz D. Data scientists = research parasites? Forbes 2016; 21 gennaio.

 

 

 

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Conflitti di interessi: ancora tu, ma non dovevamo....US opioid prescribing: the federal government advisers with recent ties to big pharma bmj.com/content/366/bm… @lucadf

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…