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Bambini come icone indifese

“La mia prima reazione è stata di disperazione. La seconda, un pensiero: mio figlio dorme proprio in questa posizione“. Uri Friedman ha scritto su The Atlantic quello che abbiamo pensato in tanti di fronte all’immagine di Aylan Kerdi, tre anni, morto insieme al fratello di due anni più grande e a altre 10 persone nel naufragio di una piccola barca che, dalla costa turca, tentava di approdare nell’isola greca di Kos.

La fotografia ha fatto subito il giro del mondo, insieme a quella di Aylan preso delicatamente in braccio dall’agente turco sulla spiaggia di Bodrum. Ha suscitato sgomento e indignazione, non solo però nei confronti di quelli che un tempo chiamavamo “i signori della guerra”, ma anche riguardo i media – e le singole persone – che hanno prima pubblicato l’immagine e successivamente l’hanno condivisa sui social network. Pubblicare fotografie di bambini è sempre una cosa delicata e tanto più in una circostanza come questa la decisione di farlo può essere stata impegnativa.

Quando una foto ci mostra la sofferenza di un bambino sentiamo una fitta di dolore che ci tocca personalmente. Susan Ager, National Geographic

Scrive Susan Ager sul National Geographic: “That sensation can trigger a response in the heart, a sudden attention to a faraway issue that was abstract and unending, too many words, too often the same. When the photo goes viral, millions of hearts can be touched. People whose hearts are touched talk about it, even in high places. Changed hearts can change minds and ultimately policy and history.” Molti sostengono che ci possa essere un “prima” e un “dopo” la foto di Aylan, “Questa immagine probabilmente cambierà la pubblica opinione”, ha sostenuto Rick Shaw, direttore di Pictures of the Year International, perché raffigura il più vulnerabile tra noi. Bambini, icone indifese. Icone tanto più potenti quando solitarie: la sofferenza di una moltitudine si dimentica più facilmente del pianto di una singola creatura, al punto che l’esperienza fa dichiarare allo stesso Shaw “I’m believer in less is more (…). With one child, it’s a quick read. It’s something that will sear your mind for years to come”. Abbiamo fretta anche di fronte al dolore e restiamo colpiti da una singola freccia, dritta al cuore.

Non è la prima volta, se pensiamo alla fotografia scattata da Nick Ut, della Associated Press. Nel 1972 aveva solo 19 anni e – vietnamita in Vietnam – si trovò sotto un bombardamento americano. Una bambina gli corse incontro: aveva il braccio, la schiena e gran parte del resto del corpo ustionati ed era nuda, essendosi tolta di dosso i vestiti in fiamme. La foto fu pubblicata dalle riviste che non la giudicarono eccessiva, per la nudità della bimba più che per la ferocia della guerra. Il giorno dopo ci furono manifestazioni in molte capitali del mondo e la “Napalm Girl” diventò il simbolo di un conflitto insensato. Contribuì alla decisione del Presidente americano Lindon Johnson di mettere fine alla guerra? Forse sì. Una storia terribile, anche se per molti aspetti a lieto fine se – come leggiamo su NPR –  l’allora bambina Kim Puc è oggi una signora di mezza età che chiama il fotografo “Uncle Nick”…

Carter left an indelible mark on the planet’s consciousness. Leslie Maryann Neal

Sempre a lieto fine è la vicenda fermata dallo scatto di Carol Guzy: Agim Shala aveva due anni quando veniva passato da una parte all’altra della frontiera tra Kosovo e Albania per essere riconsegnato ai genitori ritrovati. La foto vinse il premio Pulitzer a celebrare la forza dei ritratti di bambini “completamente in balia degli eventi che si svolgono intorno a loro – spiegava l’autrice – e incapaci di proteggersi”. Pulitzer consegnato anche a Kevin Carter, autore di una foto-simbolo di fame e carestia. Ancora la foto di un bambino, nel teatro drammatico del Sudan del 1992. In molti gridarono allo scandalo: com’è possibile che un reporter si fermi a scattare fotografie invece di soccorrere un bambino morente? I soldati non ritratti  che circondavano Carter lo avrebbero probabilmente ucciso se fosse intervenuto per aiutare il bimbo. Costantemente in prima linea, doveva ricorrere alla droga per sostenere la tensione. “Sono inseguito dai ricordi delle uccisioni e dei corpi, della fame e del dolore dei bambini affamati o feriti”, lasciò scritto Carter su un foglietto prima di togliersi la vita pochi mesi dopo.

 

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…