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Il medico partigiano e il ripasso dell’etica

La strada sale ripida dal mare e in venticinque chilometri sei a oltre 700 metri di altezza. Lasciata la provinciale, la strada diventa un sentiero e gli ultimi tornanti bucano un bosco fitto di alberi bassi. Il casone è su un ciglio della montagna, un orlo dal quale vedi di fronte – sull’altro versante – il paese di Carpasio e – a mezzogiorno – la valle, segnata prima dal torrente Carpasina e poi dall’Argentina. Il casone è l’esercizio del ricordo della breve stagione della Resistenza. Ma è anche un allenamento alla gratitudine nei confronti di chi, come Felice Cascione, si è speso fino alla propria fine per la libertà.

Il tuo nome è leggenda, molti furono quelli che infiammati dal tuo esempio s’arruolarono sotto la tua bandiera. Italo Calvino

Per questo sono voluto salire al casone con Rebecca e Celeste, raccontandoci la storia di un ragazzo di Imperia, nato nel 1918, lo stesso anno in cui la guerra gli portò via il padre. Tirato su da una madre energica, riuscì a laurearsi in Medicina a Bologna nel 1942. Tornato al paese, sulla costa ligure, fu subito per tutti “u megu”: il medico. Antifascista militante, iscritto al Partito Comunista Italiano, salì in montagna dopo l’8 settembre. U megu diventò anche il suo nome partigiano: combattente valoroso, si racconta guidasse la formazione di partigiani in attività di sabotaggio e di costante disturbo alle truppe naziste, in una zona nevralgica perché vicina al confine con la Francia. Non concepiva di poter dare la morte, neanche ad un soldato nemico, per fedeltà al giuramento di Ippocrate.

Nell’autunno del 1943, dopo uno scontro a fuoco, i partigiani liguri catturarono due militanti della Repubblica Sociale. “Dopo averli salvati da morte sicura – racconta il partigiano Tonino Simonti –  (Cascione) li trattava come se fossero stati partigiani, ci raccomandava sempre che i prigionieri andavano trattati da prigionieri e ci diceva che lui aveva studiato una vita per salvare vite umane e non si poteva permettere di uccidere una persona. Pensate che quando da Oneglia arrivavano le sigarette, ne dava sempre due a testa compreso loro due, divideva con loro il pranzo e le coperte. ”

Ho studiato venti anni per salvare la vita di un uomo e ora voi volete che io permetta di uccidere? Teniamoli con noi e cerchiamo di fargli capire. Felice Cascione

Anche durante i mesi di vita partigiana continuò a essere medico. Rispose alla chiamata di una donna della valle preoccupata per una caduta del figlio: “Felice prese dal suo zaino i ‘ferri del mestiere’ – racconta Simonti –  scese al paese e curò il bambino. La donna disse a ‘u megu’ cosa potesse dargli in cambio e lui rispose di portare da mangiare ai suoi uomini che stavano morendo di fame. La donna arrivò con un cesto di castagne e un sacco di altra roba, questo per farvi capire la sua onestà.”

Non è colpa di Dogliotti, se non ha avuto una madre che l’abbia saputo educare alla libertà. Felice Cascione

Dopo due mesi dalla cattura, i due repubblichini fuggirono e uno dei due – Michele Dogliotti – guidò i tedeschi fino al nascondiglio del gruppo di partigiani. Ferito, Cascione si preoccupò di mettere in salvo i suoi uomini e, per salvare un compagno catturato e sottoposto a torture, uscì dal proprio riparo gridando di essere lui “il capo”. Come si legge nella motivazione della medaglia d’oro assegnata dalla nostra Repubblica, “cadeva crivellato di colpi immolando la vita in un supremo gesto di abnegazione”. All’indomani dell’uccisione di Cascione, molti altri giovani liguri decisero di unirsi ai partigiani. Tra loro, Italo Calvino. “Ma non fu vano il tuo sangue, Cascione, primo, più generoso e più valoroso di tutti i partigiani. Il tuo nome è leggendario”, scriverà il giovane Calvino, Santiago, su “La voce della democrazia”.

Oggi, il casone ospita un piccolo ma ricco museo della Resistenza. E’ un luogo carico di valori simbolici, anche perché in quel rifugio nel bosco di fronte a Carpasio furono scritte proprio da Cascione le parole di Fischia il vento, una delle canzoni che maggiormente ricordano la Liberazione. La scrisse sul suo ricettario di medico: “È una vera e propria arma contro i fascisti. Li fa impazzire, mi dicono, solo a sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone”, dice il partigiano Johnny nel romanzo di Beppe Fenoglio. Il casone è aperto alla visita, basta telefonare alla sede ANPI di Imperia o al comune di Carpasio. E’ tappa di molte scolaresche. Di questi tempi, però, con il grande bisogno di ricostruire l’etica della professione del medico, potrebbe essere un’idea quella di inserire la visita nel “programma sociale” dei tanti congressi medici che si svolgono in Liguria.

Oggi le scarpe sono inglesi, ben allacciate e lucide: “eppur bisogna andar”.

 

Per conoscere la storia di Felice Cascione, il libro di Donatella Alfonso: Fischia il vento (Castelvecchi Editore).

 

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…