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Spesa sanitaria: sei diritti da considerare

Camminando  dalle parti dei palazzi del Senato e della Camera dei deputati ho sempre l’impressione di trovarmi in un mondo a parte. Fatto di uomini e donne che non incontro nelle giornate di lavoro, volti che non potrebbero essere quelli di amici, automobili che per colore e dimensioni vedo solo in quei parcheggi. Guardiaspalle microfonati, marciapiedi ingombri, strade inaccessibili, abiti metallizzati, cravatte vistose. C’è chi fa osservare che il mondo a parte è il mio, ma non vorrei arrendermi.

In questa ridicola resistenza, aiuta seguire chi – come Nerina Dirindin – vive la presenza in Senato come l’opportunità per mettere la propria competenza al servizio del Paese. Il suo intervento in aula il 28 luglio 2015 a commento del decreto legge sugli enti locali è l’invito a ragionare sulla centralità dei diritti dei cittadini nel prendere decisioni politiche.

Chiedo a un Governo di centrosinistra che consideri prioritari non l’equilibrio di bilancio ma i diritti dei cittadini, che vengono prima degli equilibri di bilancio. Nerina Dirindin

Il primo diritto della persona è di partecipare alle decisioni che riguardano la sua salute e deve essere messo nelle condizioni di essere informato correttamente e in maniera esauriente. E’ la premessa per superare l’asimmetria informativa che condiziona non solo il rapporto tra il medico e il suo paziente, ma anche – se non soprattutto – la relazione tra i cittadini e la salute.

Il secondo nostro diritto è di non essere esposti all’offerta di interventi sanitari inappropriati. “Combattere l’inappropriatezza non vuol dire rinunciare semplicemente a pagare con soldi pubblici le prestazioni che vengono prescritte o che i cittadini richiedono; vuol dire informare i cittadini (…) del fatto che alcune prestazioni sono inappropriate non perché fanno spendere, ma perché sono costose e dannose e presentano rischi superiori ai benefici che possono ottenere”.

Il terzo diritto riguarda l’accesso alle cure: su cento persone, undici rinunciano a una prestazione sanitaria per ragioni economiche o perché manca l’offerta sul territorio. La sanità italiana, a livello centrale, “è troppo debole nel verificare la garanzia dei livelli essenziali di assistenza nelle Regioni e nelle aziende sanitarie”.

Il quarto diritto riguarda la necessità di comprendere il senso della riduzione della spesa sanitaria. Per restare in tema, i cittadini hanno diritto ad un governo che sia capace di disinvestire: in primo luogo,  cessando di garantire la gratuità degli interventi che oggi sappiamo non essere efficaci o più costosi di altri ugualmente efficaci. Scegliere con saggezza, però, significa anche non accettare di introdurre nel servizio sanitario l’innovazione che non garantisca un progresso in termini di efficacia, sicurezza e miglioramento sostanziale e misurabile della qualità della vita delle persone.

Ne deriva un quinto diritto: quello ad un servizio sanitario che sia capace di migliorare attraverso la quotidiana valutazione della qualità delle prestazioni fornite e dei risultati ottenuti. Sarebbe bello se il tanto auspicato “riordino” di Istituto superiore di sanità, Agenas e Agenzia italiana del farmaco andasse in questa direzione. Sembra che invece si pensi prima agli strumenti (l’assunzione di oltre 200 persone in AIFA, per esempio) che alla definizione concreta di obiettivi precisi.

Spendere di meno per la sanità è possibile: basterebbe investire di più per la tutela sociale, per le politiche ambientali, per il contrasto all’illegalità e alla corruzione. Ma è necessaria una Politica con una visione ampia, articolata, sistemica.

Ne consegue un sesto diritto: quello a essere governati da persone competenti.

 

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Luca De Fiore

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