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Cinque regole su etica e social media

Quando erano piccole, non era facile per le mie figlie spiegare che lavoro facesse il papà: stampa libri? No. Allora, li rilega? Neanche. Li scrive? Figurati. Libraio? No, no. E’ giornalista? Manco per idea. Ora è tutto più semplice, perché Rebecca e Celeste sono editori anche loro. Leggono o scrivono o fotografano qualcosa, pensano di avere persone interessate a conoscerlo e lo pubblicano. Su Facebook, soprattutto.

Ora è tutto più semplice, anche spiegare le responsabilità dell’editore. Prendiamo il caso di Reem Sahvil, la ragazza palestinese nota per aver chiesto direttamente a Angela Merkel chiarimenti sulle politiche di accoglienza dei profughi che arrivano e, soprattutto, che da tempo vivono e si sono integrati in Germania. O la vicenda del palazzo di Mosca sulla cui facciata è stato piazzato un condizionatore dopo aver bucato un bassorilievo. In entrambi i casi si sono moltiplicate in rete le segnalazioni e i commenti negativi, con critiche feroci sia al Cancelliere tedesco sia al presidente del CONI: responsabili l’una di un comportamento disumano nei confronti della ragazza (con tanto di invenzioni virgolettate: “Dovrai tornare al tuo paese”) e l’altro di aver autorizzato lo scempio dell’architettura storica mussoliniana (il buco nella facciata come sintesi esemplare del “Foro italico”). Bastava controllare per capire che le cose erano andate diversamente.

Be transparent about your motives and biases. Jeff Jarvis

Ora è tutto più semplice: le responsabilità dell’editore sono quelle di chi mette in comunicazione un’informazione con il lettore. E’ una responsabilità che oggi tocca tutti, non più soltanto chi per mestiere si occupa di comunicazione. Per cominciare, basterebbe seguire intanto cinque regole.

  1. Non diffondere informazioni di cui non si è sicuri: dovremmo sempre essere cauti e verificare la fonte, anche a costo di essere anticipati da altri. Meglio non essere i primi a far la figura dei pirla.
  2. Non rilanciare contenuti senza averli letti o guardati interamente: garantire che quel video “Mi piace” o quell’articolo vale un retweet può essere rischioso.
  3. Non pubblicare immagini che possano essere state manipolate: può non essere facile accorgersene, ma di fronte a fotografie straordinarie è necessario avere un sovrappiù di prudenza.
  4. Non piegare la realtà ai tuoi obiettivi: la rete è un’armeria che offre qualsiasi proiettile per abbattere il nemico di turno, sia esso il presidente del consiglio o il miglior calciatore della squadra di calcio che detestiamo. Non è necessaria una disclosure di conflitto di interessi per ogni post pubblicato, ma il cherry-picking è una cattiva abitudine.
  5. Non far scomparire le tracce delle tue fesserie: un post sbagliato su Facebook o un tweet azzardato possono essere cancellati senza problemi. Se hanno sollecitato commenti o se sono stati rilanciati da amici, non è opportuno eliminarli perché possono aver fatto dei danni: meglio correggerli, riconoscendo il proprio errore.

Un’ultima annotazione: manifestare gratitudine a chi ci ha segnalato qualcosa, evitando di assumersi la paternità di ciò che non è nostro. Ringraziare su Facebook e fare il gesto di togliersi il cappello su Twitter (HT – hat tip). Per esempio, dopo aver molto letto, nella sintesi di questi cinque punti mi ha aiutato la redazione della National Public Radio (http://ethics.npr.org/tag/social-media/).

Insomma, stare sui social media è divertente. Ma non è uno scherzo.

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Bishal Gyawali

MITO trials have always been instrumental to guide ovarian ca Rx. Congrats again @fperrone62 and team on this important work. twitter.com/fperrone62/sta…

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…