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Social media: 6 consigli a chi fa ricerca

Le proverbiali sette camicie. Per convincere i medici a usare in modo intelligente e costruttivo i social media si fa la stessa fatica che ad organizzare una crociera per degli adolescenti che soffrono di autismo. Il paradosso di Larry Husten, editorialista di Forbes per la sanità 2.0, è tornato in mente in apertura del workshop dedicato all’uso dei social media da parte di chi fa ricerca, organizzato dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario della Regione Lazio.

Chi va di fretta lo sappia: i social media sono utilissimi a chi fa ricerca.

Di sessanta milioni di italiani, quasi la metà ha un account sui social: l’età conta sempre di meno e il traffico su internet è sempre più orientato dalle segnalazioni che troviamo su Facebook, YouTube, Twitter, LinkedIn o WhatsApp. Non passa settimana che non si legga un editoriale su Lancet, BMJ o Nature a supporto dell’importanza del social networking per la medicina o la sanità: non soltanto per la comunicazione tra medici e utenti, ma anche per la ricerca epidemiologica, la collaborazione tra enti geograficamente distanti, l’aggiornamento professionale grazie a journal club improvvisati su Facebook o al tweting in diretta dai congressi.

“Dopotutto, disseminare nel modo migliore  i risultati delle nostre ricerche è anche un obbligo etico”. Marina Davoli

Tutto il ciclo della ricerca può trarre vantaggio dai nuovi (nuovi?) media: dalla formulazione delle ipotesi di ricerca influenzata dall’analisi intelligente del web sentiment alla raccolta documentale e alla definizione delle strategie di collaborazione; dalla disseminazione dei risultati alla valutazione del percorso compiuto.

  1. E’ importante conoscere come usare meglio Skype e come condividere le diapositive su Slideshare.
  2. E’ provvidenziale rinunciare ad un volo a Chicago preferendo seguire il congresso internazionale di oncologia leggendo i rilanci su Twitter dal proprio smartphone.
  3. E’ utile aprire su LinkedIn una discussione sulle prospettive della ricerca ambientale invitando i colleghi interessati.
  4. E’ una svolta creare un gruppo su Facebook per far crescere idee e progetti con i ricercatori a cui più teniamo.
  5. E’ comodo raccogliere su un canale di YouTube i video prodotti dal proprio Dipartimento.
  6. E’ opportuno costruire una board di Pinterest con le infografiche su clima e salute che si vanno producendo, vedendole pinnate in giro da migliaia di persone interessate.

“Quanto tempo assorbe un impegno del genere?” “Come utilizzare i social media anche per razionalizzare la gestione della documentazione interna a un Dipartimento che fa ricerca?” “L’analisi del web sentiment può modificare l’obiettivo e i metodi di un progetto di ricerca, al punto da scontentare un ente o un’agenzia che lo finanzia?” “Come governare la presenza sui social media senza farsi coinvolgere da discussioni insensate?” Domande puntuali, osservazioni pertinenti e risposte difficili, proprio perché in una postmodernità liquida (soprattutto senza aria condizionata…) le certezze vanno costruite ogni giorno e sono continuamente messe in discussione.

Scoprendo alla fine quello che dicono in molti: le persone che soffrono di malattia di Asperger sono spesso anche le più intelligenti.

 

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Luca De Fiore

Vogliamo “governare” la farmaceutica o sappiamo solo vivere alla giornata? Solo toppe e favori alle imprese? Dall’opposizione (qui competente) giungono indicazioni serie. sanita24.ilsole24ore.com/art/… pic.twitter.com/YmuTbxWLo9

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Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…