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Conservatori e aggrappati all’impact factor

«Gran parte di ciò che leggiamo sulle riviste non è corretto, ma non posso dire chi lo ha detto». L’apertura dell’editoriale di Richard Horton sul Lancet dell’11 aprile scorso1 è inquietante: ha partecipato ad un incontro del Wellcome Trust alla Chatham House di Londra e ha dovuto rispettare l’obbligo di riservatezza imposto ai partecipanti. È inevitabile provare disagio di fronte all’ennesima manifestazione di opacità del sistema della comunicazione scientifica.

A lot of what is published is incorrect.

Anche Horton, dunque, torna sul tema che sta agitando molti ambienti scientifici e che minaccia sempre più gravemente la credibilità della letteratura biomedica. All’origine di tutto è la cattiva qualità della ricerca, che troppe volte – almeno nel 50 per cento dei casi? – sembra essere finalizzata a confermare pregiudizi e preconcetti degli autori. Una ricerca utile a produrre articoli superflui per tutti tranne che per gli autori: «La nostra sudditanza nei confronti dell’impact factor – ammette Horton – alimenta una competizione poco salutare che ha in palio la visibilità su poche riviste selezionate». Ma le riviste non sono le sole ad avere delle colpe: le università lottano l’una con l’altra per ricevere finanziamenti e ingaggiare ricercatori di talento e il solo criterio di giudizio di qualità sembra essere diventato proprio quello bibliometrico. Abbiamo la possibilità di invertire la rotta? I correttivi immaginati dal direttore del Lancet sono gli stessi proposti da John Ioannidis (vedi Ricerca e produzione scientifica: che casino) con una particolare enfasi sulla necessità di replicare i risultati prima della loro pubblicazione, ma Horton suggerisce un passo ulteriore: redigere una sorta di giuramento ippocratico valido per l’insieme delle discipline scientifiche.

La cosa positiva è che finalmente si discute seriamente dell’insieme dei problemi che affliggono la comunicazione della scienza e che ne hanno in buona parte compromesso l’attendibilità. Ma c’è una cattiva notizia: le persone che potrebbero realmente favorire un cambiamento – perché attive in ruoli apicali della sanità istituzionale e della comunicazione biomedica – sono proprio quelle meno interessate a modificare lo stato delle cose. Una conferma viene leggendo alcuni articoli su TheBMJ nel numero che celebra i venti anni dalla apertura del sito internet del settimanale inglese: «I’m struck by how much things haven’t changed. We’re still a long way off fully exploiting the web in the distribution of science. It astonishes me that the scientific paper is still essentially the same as it was 200 years ago». È Richard Smith, già direttore della rivista, a commentare l’immobilismo dell’ambiente. Concludendo in modo desolante: «I’ve come round to the realisation that academics in many ways are the most conservative people in the world, which is sort of ironic. And may be science academics are especially conservative. They cling to journals and impact factors and that way of thinking»2.

 

In alto, la fotografia è di Roberto Bertozzi – Caterina Voltolini, esposta nel circuito Off del festival Fotografia Europea 2015 di Reggio Emilia.

Bibliografia

 

  1. Horton R. Offline: What is medicine’s 5 sigma? Lancet 2015; 385: 1380.
  2. Payne D. Doctors online: “Like flies to honey”. BMJ 2015; 350: h2767.

 

 

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Luca De Fiore

Vogliamo “governare” la farmaceutica o sappiamo solo vivere alla giornata? Solo toppe e favori alle imprese? Dall’opposizione (qui competente) giungono indicazioni serie. sanita24.ilsole24ore.com/art/… pic.twitter.com/YmuTbxWLo9

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