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L’ironia rigorosa di un amico

“In fin dei conti credo proprio che di uno come Cassano non si possa fare a meno”. Seduti ai tavolini del caffè di Bari in un autunno di molti anni fa, era appena passato di fronte a noi il distinto cattedratico dell’università pisana e un cenno della mano aveva ammesso di essersi accorti gli uni degli altri. Non era una sorpresa, del resto, quella ennesima epifania di tollerante disponibilità da parte di Michele Tansella.

Lo avevo conosciuto come curatore di un bel libro pubblicato da Boringhieri e, come tante volte accade, avevo provato invidia per l’editore: dopo pochi mesi, del tutto spontaneamente e dopo dieci anni dalla sua prima collaborazione con la casa editrice (ad un incredibile libro sulle applicazioni dell’informatica alla psichiatria uscito nel 1974), Michele Tansella avrebbe proposto al Pensiero un altro lavoro per quegli anni radicalmente nuovo, una guida alla conoscenza e all’uso consapevole degli psicofarmaci che subito diventò il riferimento per tutti gli psichiatri italiani. Non fu semplicissimo il percorso dall’idea agli scaffali delle librerie; il primo dattiloscritto fu poggiato da Sario Bellantuono sul tetto di una macchina e, avendolo dimenticato, ripartendo prese il volo. In quegli anni toccava riscrivere tutto daccapo e così avvenne, superato lo sconforto iniziale. Quelle pagine svolazzanti sull’asfalto nascevano dall’esperienza di quasi venti anni prima al Mario Negri: “Nel 1966 era come andare ‘all’estero’, tanto diverso era il Negri da altri istituti scientifici italiani.” Un anno e mezzo nella Bovisa milanese, sufficienti per considerare Silvio Garattini uno dei propri maestri, insieme agli amatissimi Sir David Goldberg e Michael Shepherd.

Ammetteva, dunque, di aver studiato all’estero: sì, a Milano. Si scherzava, ma non tanto. Piuttosto, si dava alle parole il privilegio di significare molto: sembra poco, ma non lo è. “Usare le parole in modo appropriato è, ovviamente, la premessa indispensabile per intendersi bene, per evitare equivoci o interpretazioni errate – sosteneva Tansella –. Si tratta di un esercizio importante, che tutti dovremmo fare regolarmente in quanto esercizio al rigore. Elemento quest’ultimo che caratterizza anche la letteratura evidence based.”

Se utilizzassimo appieno, in modo razionale e diffuso, negli ospedali e negli ambulatori, quello che già sappiamo, faremmo subito un salto in avanti enorme, a beneficio dei nostri pazienti. Michele Tansella

Considerava il rigore un principio etico e non è un caso che è proprio questo il termine che costantemente ricorre nei suoi scritti e nelle sue interviste. “Dall’altra parte – diceva – c’è l’approssimazione, che tradisce l’attitudine a considerare le cose in modo superficiale, ad aggiustare le opinioni a seconda delle circostanze e talora delle mutevoli convenienze. Qualcuno potrebbe considerare questa seconda attitudine, evidentemente alternativa al rigore, in qualche modo vicina alla flessibilità. Io penso invece che la flessibilità, che spesso rappresenta una risposta importante e matura alle sfide che la vita ci propone ogni giorno, debba, essa stessa, essere esercitata con rigore, perché rappresenta una sorta di intervallo di confidenza, che ha appunto limiti definiti e non estensibili a piacere, a seconda delle circostanze.”

Rigore è una parola chiave che chiunque abbia conosciuto Michele Tansella non può non associare alla sua persona. Beninteso, la stella polare della moralità individuale era per molti dei suoi colleghi più un inciampo che uno stimolo, una distrazione da una Psichiatria sempre più disattenta ai bisogni delle persone sofferenti e concentrata sull’impiego acritico di medicinali. Reagiva con un disincantato scetticismo, che – riprendendo una citazione di Tuke fatta propria da Shepherd – pensava fosse “il mezzo migliore per raggiungere la verità”.

“I servizi di salute mentale dovrebbero smettere di mirare solo all’abbattimento dei sintomi e, talora, alla riduzione della disabilità, per dirigere alcune delle loro attività al soddisfacimento dei bisogni espressi dai pazienti, compresi quelli legati alla loro esistenza, alle loro condizioni di vita. Un risultato scientifico da una parte ovvio, dall’altro rivoluzionario.” Nel prestare attenzione al disagio psichico vissuto dalla popolazione, Michele Tansella ha anticipato di una generazione una moltitudine di colleghi che solo a distanza di molti anni avrebbero portato avanti progetti volti a mettere i pazienti al centro della sanità. “Bisognerebbe sollevarsi da terra, per guardare il territorio dall’alto e considerare i vari percorsi, le varie strade in modo integrato e decidere qual è quella migliore per arrivare alla meta”, scriveva. “Per me, la meta è costruire un sistema assistenziale ispirato ai principi della sanità pubblica, che mantenga bene al centro gli interessi, le opinioni, le aspettative, le scelte del paziente. Che tenga forti i legami della psichiatria con il resto della medicina. La psichiatria infatti è parte della medicina, ma della medicina psicologica e sociale.”

Con il semplice esempio di una vita rigorosa di clinico e di ricercatore ha tracciato un solco nella Psichiatria italiana ed europea riuscendo a mettere in discussione fino a renderle superflue le appartenenze alla comunità accademica o territoriale: l’elemento distintivo era il rispetto del metodo scientifico come condizione di un riguardo umano alle attese dei pazienti e dei familiari dei malati. “Il futuro della medicina dipende dal rapporto tra le conoscenze e il cambiamento”, diceva, e non ricordo un momento della sua vita professionale in cui questa tensione non si sia risolta in un’idea nuova, in una prospettiva in certa misura spiazzante per i suoi colleghi ma – ed era una consolazione – attesa da chi lo conosceva e aveva la gioia di lavorare con lui. L’attenzione con cui sceglieva i suoi collaboratori era la premessa a una considerazione che si traduceva in commenti sempre centrati, cortesi, puntuali, talvolta scritti con calligrafia chiara e col segno pieno di una delle venti stilografiche che alternava – come gli inchiostri – a seconda dell’umore.

Dopo aver lavorato tanto insieme, l’ultimo invito fu quello di dargli del tu: “Ora possiamo”. Le ultime sue parole a me rivolte. Ancora una volta, il suo sguardo ironico coglieva l’aspetto più paradossale di quel gioco delle parti: avevamo scherzato per trent’anni facendo cose serie. Era un Maestro di ironia e a volte ci cascavi.

Risi fuori tempo, quel giorno, al caffè di Bari: era il Cassano calciatore che confessava di ammirare.

 

La fotografia in altro è di un fotografo veronese, Giuseppe Tomelleri e il titolo è “Cattivo tempo a Burano”.

 

Comments

1 Comment

danilo di diodoro

L’ultima volta che ho visto Michele, è stato nel momento in cui andava in pensione, un paio di anni fa. “Ho qualche problema di salute” mi disse. Non gli chiesi niente di più. Michele emanava un’autorevolezza che metteva soggezione anche a chi, come me, lo conosceva da molti anni. Lo avevo incontrato per la prima volta decenni prima, quando lo avevo invitato a parlare al Centro di salute mentale di Bologna dove lavoravo come psichiatra, dopo l’uscita del suo libro “Gli psicofarmaci nella pratica terapeutica”. Il “Tansella” così gli psichiatri chiamavano il libro, anche se era stato scritto in collaborazione con Cesario Bellantuono. Sulla psicofarmacologia quel libro era il punto di riferimento. Così come lo erano le sue ricerche epidemiologiche, che hanno fatto scuola.

Un giorno mi invitò a tenere un seminario a Verona sulla comunicazione medico-scientifica. E ogni tanto mi chiamava al telefono per mettere a punto un testo che lui aveva scritto per divulgare uno dei lavori scientifici della sua scuola. Inevitabilmente gli dicevo: “Troppo lungo, Michele, poi te lo tagliano, è meglio se lo tagliamo direttamente noi…” Oppure lo chiamavo io per dirgli che avevo segnalato il suo nome a un giornale per un’intervista. Rideva e si schermiva, Michele, quando gli dicevo che io lo presentavo ai pochi giornalisti che ancora non lo conoscevano come “uno dei due o tre psichiatri italiani conosciuti e presi in considerazione all’estero.”


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…