Press enter to see results or esc to cancel.

È tutto un po’ più complicato

Fascisti. Gli autori dell’articolo pubblicato sull’International Journal of Evidence-based Healthcare non avevano dubbi (1). A dispetto del nome della rivista che li ospitava, il loro bersaglio era proprio la medicina basata sulle prove, colpevole di rifiutare qualsiasi cosa non fosse uno studio controllato randomizzato e di organizzare i risultati delle sintesi delle conoscenze in una maniera totalitaria: “The classification of scientific evidence as proposed by the Cochrane Group obeys a fascist logic. This «regime of truth» ostracises those with «deviant» forms of knowledge”. Come fece notare Ben Goldacre in un commento uscito sul Guardian nell’agosto del 2006, si trattava di argomentazioni grossolane e falsate da una serie di errori. Dipingere la evidence-based medicine come un ricettario dettato da algoritmi era un vecchio argomento di chi continuava a difendere la medicina basata sull’eminenza messa indubbiamente in crisi dagli argomenti della EbM.

L’articolo di Goldacre è stato ripubblicato insieme a molti altri in un libro (2) che sarebbe divertentissimo se non prevalesse lo sconforto: I think you’ll find it’s a bit more complicated than that. Titolo programmatico a sottolineare la complessità del mondo dell’informazione scientifica frequentato dall’autore almeno da quando – nel 2003 – ha iniziato a scrivere con regolarità sulle pagine del Guardian, uno dei più stimati quotidiani anglosassoni. Quasi 500 pagine che si leggono come uno di quei gialli dei grandi romanzieri americani. Di delitti che n’è quasi un centinaio: ci scappa anche il morto ma in gran parte dei casi ad essere soppressi sono i dati, sia quelli risultanti da ricerche insabbiate, sia quelli di cui avremmo potuto disporre se le ricerche utili fossero state svolte.

Il grande protagonista del libro di Goldacre è l’Accademia: quella che decide come investire i fondi di ricerca (e come non investirli), che sceglie cosa scrivere in un articolo scientifico (e cosa omettere), che pubblica qualsiasi cosa (anche più volte) per favorire le carriere. L’Accademia che falsifica le carte in modo talmente macroscopico che qualsiasi studente di statistica se ne accorgerebbe, se non fosse caldamente sconsigliato additare l’imperatore che va in giro nudo. Uno degli esempi utilizzati da Goldacre è disarmante nella sua semplicità: nel 2011, dei ricercatori delle università di Lovanio e Amsterdam hanno pubblicato su Nature Neuroscience un articolo che dimostrava che circa la metà di un campione significativo di lavori di ricerca nell’ambito delle neuroscienze discuteva nelle conclusioni degli studi il solo risultato dell’intervento sperimentale oggetto di studio senza compararlo con l’intervento di confronto. “Analizzare correttamente la differenza delle differenze – spiega Goldacre – è molto probabile che fornisca dei risultati statisticamente significativi ma è difficile che produca quel genere di risultato che ti serve perché il tuo studio sia pubblicato così da metterti una medaglietta sul tuo curriculum, prendere un po’ di applausi ad un congresso e sentirti piacevolmente appagato”. Pare di leggere la storia del Beato porco (3).

Il grande protagonista del libro di Eugenio Picano è l’Accademia. Sempre quella, sì: che decide promozioni e retrocessioni, quella che scrive anche se non sa scrivere, quella che pubblica anche se nessuno leggerà, quella presente a qualunque congresso che conti (meglio se seguito da una suite con camera con vista sul mare), quella che considera una carica in una società scientifica come l’assegnazione di un feudo da investitura medioevale. Un ambientino niente male, in cui “il ricercatore cercherà di pubblicare su riviste internazionali di grande reputazione, molto selettive, lette dai ricercatori di tutto il mondo. Il professore associato preferenzialmente pubblicherà su riviste nazionali, ad impatto scientifico nullo ma che accettano il lavoro senza tante storie. Il professore ordinario scrive sui giornali per signore, sulle riviste patinate, sui supplementi salute dei quotidiani, dove può benignamente spiegare al popolo informazioni di seconda mano”.

Il beato porco: saggio magistrale, di feroce e spietata ironia, un assoluto capolavoro umoristico sulla pelle viva della classe accademica medica. Paolo Cornaglia Ferraris su Repubblica

Rispetto al 2003 – anno in cui iniziava a circolare il beato porco e Goldacre avviava la propria avventura di giornalista scientifico – sappiamo certamente di più a proposito di come funziona la medicina accademica. Jerome Kassirer (4) , Marcia Angell (5), Marco Bobbio (6) o Tom Jefferson (7) ci hanno spiegato i legami tra università, società scientifiche e industrie; Peter Gøtzsche (8), David Healy (9) e lo stesso Goldacre (10) hanno gettato luce sulla ricerca clinica e il marketing dei medicinali; tra i tanti, Nino Luca (11), Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi (12) hanno aggiunto i propri testi alla bibliografia sui mali dell’università. Ma questo insieme di informazioni ha determinato un cambiamento?

Sarebbe stato da ingenui sperarlo. La medicina accademica è trincerata a difesa dei propri privilegi e – come è stato detto più volte – ha imparato a usare a proprio vantaggio le armi inventate da chi sperava di opporsi. È il caso di indicatori classici come l’impact factor e di più recenti come l’H-Index. Del resto, poche altre cose più della valutazione della qualità possono risultare indigeste a chi sopravvive proprio in virtù della mancanza di competizione. Crea un certo imbarazzo dover selezionare gli amici per la partita di pallone? Trovata la soluzione: si moltiplicano i campi da gioco e le squadre, così che alla fine chiunque troverà una maglia e tutti potranno scendere in campo. È accaduto con le cattedre di insegnamento e con i “primariati” e, una volta capito che la cosa funzionava, il trucco è proseguito con le società scientifiche (mai più senza la Società Italiana per gli aerosol in medicina) e con le riviste “scientifiche”: la rete è piena di offerte come questa e con meno di 400 dollari ti passa la paura.

Storia simile quella della peer review: da baluardo indiscutibile della comunità scientifica si è trasformata in un passaggio burocratico, generalmente considerato superfluo (della serie: “non c’è niente di meglio”). Sbaglia però chi dice che la peer review non funziona. Ad una cosa serve: frena il cambiamento. Uno studio abbastanza recente (13) ha confermato i risultati di altre ricerche: tanto più sei (teoricamente) esperto di una materia, tanto maggiore è la tua ritrosia ad accettare dei punti di vista che mettono in discussione quanto conosci. Una prospettiva nuova obbliga a riflettere e non sono molte le persone disponibili a farsi mettere in crisi. O, meglio, è vista di buon occhio una … piccola concessione alla novità, quel tanto che basta a rendere una proposta un poco originale ma comunque nel solco della tradizione. È un approccio comune a gran parte dei processi di valutazione: un articolo uscito su The Atlantic sottolinea come la regola valga per la peer review dei bandi di ricerca da parte dei National Institutes of Health come per l’esame delle proposte ricevute dai Venture capitalist della Silicon Valley: un progetto deve avere un’aria familiare se vuole essere finanziato.

Insomma, il beato porco è un lungo-sopravvivente ed è vivo e vegeto così che il libro che Eugenio Picano aveva pensato per la prima volta dieci anni fa sembra scritto oggi. La medicina accademica è uno straordinario blocco conservatore, pronto a usare qualsiasi argomento pur di continuare a mantenere lo status quo: disposta anche a esporsi al ridicolo definendo “fascista” chi si richiama al pensiero di Archie Cochrane. In attesa della riscossa di Altmetric e dei nuovi formidabili indicatori bibliometrici, della resa alla trasparenza della open peer review o alla seduzione della revisione portatile, conviene farsi furbi: anche se la vostra idea fosse davvero originale, meglio non dirlo. Smorzatene il sapore con un po’ di panna. E qualsiasi idea abbiate è meglio servirla fredda.

Alla fine, come sostiene Goldacre, è tutto un po’ più complicato di come appare.

Riferimenti

[1] Holmes D, Murray SJ, Perron A, Rail G. Deconstructing the evidence-based discourse in health sciences: truth, power and fascism. Int J Evidence-Based Healthcare 2006;4: 180–6.

[2] Goldacre B. I think you’ll find it’s a bit more complicated than that. London: Fourth Estate, 2014.

[3] Picano E. La dura vita del beato porco. 2° ed. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2007.

[4] Kassirer JP. On the take: how America’s complicity with big business can endanger your health. New York: Oxford University Press, 2005.

[5] Angell M. The truth about the drug companies: how they deceive us and what to do about it. New York: Random House Trade Paperbacks, 2005.

[6] Bobbio M. Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza. Torino: Einaudi, 2004.

[7] Jefferson T. Attenti alle bufale e ai mandriani. £a ed. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2008.

[8] Gøtzsche PC. Deadly medicines and organised crime: how Big Pharma has corrupted healthcare. London: Radcliffe Publishing Ltd, 2013.

[9] Healy D. Pharmageddon. San Francisco: University of California Press, 2012.

[10] Goldacre B. Bad pharma: how medicine is broken, and how we can fix it. London: Fourth Estate, 2013.

[11] Luca N. Parentopoli. Venezia: Marsilio, 2009.

[12] Sylos Labini F, Zapperi S. I ricercatori non crescono sugli alberi. Roma-Bari: Laterza, 2010.

[13] Boudreau KJ, et al. Looking Across and Looking Beyond the Knowledge Frontier: Intellectual Distance and Resource Allocation in Science. Available at SSRN 2478627 (2014).

Comments

Leave a Comment

Tweet

Federico Cabitza

Once they were medical sign interpreters. How is the datafication of our health, and the #religionofdata, changing medicine as we know it? twitter.com/AnnalsofIM/sta…

Tag Cloud

Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…