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Social media: usarli o no in sanità pubblica?

L’atteggiamento accademico nei confronti dei social media è, nel migliore dei casi, sintetizzabile nel “vorrei, ma non posso”. Anche quando una rivista indicizzata si decide a dare spazio all’argomento, l’articolo viene puntualmente accompagnato da commenti editoriali che prendono le distanze dagli autori. E’ quanto è successo anche sul Journal of Public Health.

Amelia Burke-Garcia e Gabriel Scally hanno difeso quelle che a loro giudizio sono le principali caratteristiche dei social media che rendono particolarmente augurabile il loro impiego nella comunicazione di sanità pubblica.

  • Grazie ai social media (SM) possiamo entrare in contatto con interlocutori difficili da raggiungere: i giovani, le minoranze etniche e gruppi a rischio come le giovani madre sole.
  • La rapida velocità di disseminazione dei contenuti è un valore aggiunto importante.
  • E’ già stata oggetto di studio l’utilità dei SM nel supporto a interventi sanitari e in campagne per favorire il cambiamento dei comportamenti a rischio.
  • Disponiamo di evidenze robuste sull’utilità di messaggi sanitari diffusi attraverso dispositivi mobili (per esempio in tema di campagne di disassuefazione dal fumo, dipendenze, decision-making sanitario).

Digital media has fundamentally altered the nature of the interactions around health issues. A. Burke-Garcia & G. Scally

Gli autori ammettono la mancanza di una valutazione sistematica efficace, in parte dovuta alla indisponibilità di metodologie mirate. E’ necessario un approccio basato sulle prove ma le prospettive sono promettenti, soprattutto per i motivi elencati di seguito.

  • I social media (SM) permettono di monitorare emozioni e aspettative degli utenti (web sentiment).
  • Riducono la distanza tra utente e servizio sanitario.
  • Permettono una maggiore capillarità delle campagne di sensibilizzazione e il raggiungimento di target più mirati.
  • Coinvolgono nella comunicazione partner solitamente estranei alle campagne di sanità pubblica, come per esempio le compagnie telefoniche.
  • Favoriscono la condivisione dei dati sanitari e il progresso della e-health a beneficio non solo della popolazione ma anche del singolo cittadino.
  • Promettono molto in termini di ancoraggio tra profilo individuale di salute e geolocalizzazione.

Si tratta di argomenti fondati su prove di variabile affidabilità e forse anche per questo i commenti usciti sul Journal of Public Health non sono benevoli. Peter J. Aspinall (University of Kent) sostiene che gli autori della rassegna tacciano i molti problemi sul tappeto (dalla qualità delle informazioni alla tutela della riservatezza) e teme soprattutto che la sovrabbondanza di dati generata dal flusso di conversazioni sui social media renda indispensabile un’interpretazione automatizzata dei contenuti, tale da pregiudicare la qualità dell’analisi del dato. Inoltre, Aspinall sembra non credere alla “saggezza della folla” e ritiene che la democrazia del web premi l’aneddoto più che le prove.

Oyinhole Oyebode (University College, London) vede i SM come un’opportunità utile al contenimento dei costi delle campagne di sanità pubblica ma sostiene che il divario digitale comprometta l’equità di qualsiasi attività comunicazionale che preveda il loro utilizzo, dal momento che poveri e anziani risulterebbero penalizzati. Aggiunge un altro argomento più volte utilizzato: la vulnerabilità degli operatori sanitari nel mettersi a nudo nella presenza nei social media frequentati da pazienti. Come se il problema del medico fotografato ubriaco sia nel fatto che il paziente ne venga a conoscenza e non, piuttosto, nella tendenza del clinico ad alzare il gomito.

Continua il confronto ma non si vedono passi avanti decisivi.

 

La foto in alto: Formento & Formento,Rachele, 2010.

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…