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Il Prof è al congresso? Il malato ce la fa

I pazienti con specifici problemi cardiovascolari ad alto rischio è più probabile che sopravvivano se sono ricoverati in ospedale nei giorni in cui si svolgono i principali congressi di cardiologia, quando gran parte degli specialisti nel trattamento delle malattie del cuore è assente. Non è un eCardiology-500x404rrore ma il risultato di un lavoro pubblicato su JAMA Internal Medicine.

Allo studio retrospettivo hanno collaborato centri e istituzioni statunitensi di primario rilievo: dal Massachusetts General Hospital di Boston ai National Institutes of Health, il Leonard D. Schaeffer Center for Health Policy and Economics della University of Southern California, Los Angeles, e la RAND Corporation.

A distanza di 30 giorni, sopravvive il 30 per cento dei malati ricoverati per arresto cardiaco in un ospedale universitario nei giorni di congresso dell’American Heart Association e dell’American College of Cardiology contro il 40 per cento dei pazienti che entrano in ospedale nei giorni in cui lo staff è al completo: “That’s a tremendous reduction in mortality, better than most of the medical interventions that exist to treat these conditions” ha dichiarato il primo autore dello studio Anupam Jena a ScienceDaily.

Altro dato molto interessante è la riduzione del numero di angioplastiche coronariche eseguite (dal 28,2 “ordinario” al 20,8 per cento “congressuale”).

The evidence suggests that a less is more approach might be best for higher-risk patients with these conditions. Anupam Jena

“Whatever is different during the meetings, it’s associated with lower intensity care and better outcomes. That’s probably worth looking into” ha scritto Aaron Carrol sul blog The Incidental Economist.Serpeggia un certo imbarazzo soprattutto da parte della comunità accademica, perché un altro risultato che desta sorpresa è che queste differenze non si sono registrate negli ospedali non universitari. CardioSource, sito dell’American College of Cardiology dà più spazio all’alzata di sopracciglio del proprio Presidente che alle dichiarazioni degli autori. Su Medscape, Ajay Kirtane, della Columbia Univeristy, commenta sbrigativamente: “”To me, that is just too small a sample to make definitive conclusions,” Fortunatamente, qualcuno – come Rita Redberg della UCSF e editor del JAMA Internal Medicien – qualche domanda accetta di farsela.

La risposta è da trovare probabilmente tra le seguenti.

  • E’ uno scherzo: anche il JAMA Internal Medicine ha voluto inaugurare una nuova serie di numeri speciali natalizi, visto il successo di quelli del BMJ;
  • nei giorni di congresso si limitano i ricoveri dei pazienti a basso rischio così che quelli ad alto rischio ricevono maggiori attenzioni;
  • i cardiologi che non partecipano ai congressi hanno un approccio più conservativo (meglio: prudente): insomma, la vecchia distinzione tra innovator e laggard è finalmente rovesciata a testimoniare che non sempre chi si precipita a adottare “il nuovo” fa la cosa giusta;
  • i pazienti normalmente seguiti dal Professore che va al congresso sono presi in carica da un collega che non si sente di adottare un atteggiamento “interventista”;
  • i clinici che partecipano ai congressi sono anche quelli che fanno più danni.

Di certo, non c’è da augurarsi di avere un infarto nella hall di un hotel che ospiti un congresso di cardiologia.

(La fotografia – un particolare – in alto è di Lucas Foglia)

Comments

1 Comment

Roberto Musso

THIS REPORT CONFIRMS THE ‘ANNUAL TRADITION’ OF SEVERAL INTERNATIONAL MEDICAL CONGRESSES OF INTERNATIONAL MEDICAL SOCIETIES IN THE FIRST-SECOND DECADE OF DECEMBER. THE MAJORITY OF THESE EVENTS OCCURS IN PLEASANT CITIES AS WELL AS IN MAGNIFICIENTAND EXOTIC VACATION SITES AND LUXURIOUS HOTELS. THE QUESTION IS : SCIENTIFIC MEETINGS OR MUCH MORE?


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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