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Gli algoritmi e l’intimità vulnerabile

“Il tuo anno ha questo aspetto”, ha detto Facebook a milioni di persone nelle scorse settimane riproponendo episodi, fotografie, video postati negli ultimi dodici mesi. Con una certa dose di temerarietà, anche Eric Meyer ha scelto di stare al gioco, vedendosi restituire il viso di sua figlia Rebecca, morta a sei anni proprio durante l’anno che sta per finire. “Yes, my year looked like that. True enough. My year looked like the now-absent face of my little girl. It was still unkind to remind me so forcefully,”

Non aveva nessuna voglia, Eric Meyer, di attraversare nuovamente il ricordo del lutto: la responsabilità di questo “incidente” sarebbe dell’algoritmo abbastanza banale che assembla i post che hanno suscitato un numero più elevato di interazioni, corredando il tutto con un’immagine posta al centro di un orribile riquadro. Meyer, che di professione è web designer, ha commentato la propria disavventura con un post molto garbato: una crudeltà algoritmicamente involontaria. E’ arrivato addirittura a suggerire gli indispensabili correttivi: primo, la prossima volta non pubblicate la foto principale senza che l’utente l’abbia approvata e, secondo, date la possibilità di vedere che aspetto avrà il post prima di mandare online “Your year in review”.

Più che dell’algoritmo, la colpa è di chi – in Facebook – ha prodotto uno strumento così cretino. “Ciò che fa dare al computer il risultato giusto non sono i suoi meravigliosi nanochip e il suo velocissimo microprocessore; è tutto merito nostro, siamo noi che abbiamo tolto le mutande alla natura. Abbiamo capito qual era la giusta domanda da porre al computer, e per farlo abbiamo dovuto togliere di mezzo tutte le ambiguità, i dubbi, le possibili fonti di incomprensione”. Quello che scrivono Marco Malvaldi e Dino Leporini in un libro divertente – Capra e calcoli: l’eterna lotta tra gli algoritmi e il caos – sembra scontato ma conviene ogni tanto ripeterselo o sentirselo dire.

Les ‘réseaux sociaux’ entament la part d’intimité et de secret qui était encore notre bien jusqu’à une époque récente – le secret qui donnait de la profondeur aux personnes. Patrick Modiano

Alla fine, Eric Meyer ha fatto un figurone: ha anche pubblicamente chiesto scusa al team che ha prodotto “Your year in review”, sostenendo che certe cose sono inevitabili. Meyer non avrebbe mai desiderato che la sua tristezza per vedersi ricordata in quel modo la morte della figlia diventasse un argomento per criticare i giovani programmatori di Silicon Valley. E, invece, potrebbe valere la pena riflettere su questa storia – e proprio a cavallo di un nuovo inizio d’anno. Internet ci vuole allegri, perché questa è la condizione che può condurci ad acquistare, prima ancora che a socializzare. Siamo combattuti, dunque, tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della condivisione.

Malvaldi e Leporini ricordano che nel 1921 il pittore surrealista Philippe Soupault espose un quadro dal titolo Ritratto di un imbecille: uno specchio incorniciato. Dovremo ricordarcelo nei prossimi mesi, con tutto il disincanto possibile, soprattutto vivendo in Rete. Ripensando a quello che ha scritto Patrick Modiano in L’erba delle notti.

“Si evita di annotare i dettagli troppo intimi della propria vita, per paura che una volta fissati sulla carta non ci appartengano più”.

 

La foto in alto: MAGDA BIERNAT
Adrift #13 (from the series Adrift), 2013

 

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We need new rules for defining who is sick. Step 1: remove vested interests theconversation.com/we-need-n… via @raymoynihan & @PaulGlasziou @janewilcock . @escardio needs to read this!

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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