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Open data: che fare?

Open e Big Data. Se ne parla molto e spesso si ingenerano malintesi, al punto che qualche settimana fa dei ricercatori della Berkeley University hanno chiesto a diverse persone intelligenti cosa intendessero con questi due termini. Ecco tre risposte.

Per prima quella di Philip Ashlock, chief architect del sito Data.gov/. E’ il progetto simbolo dell’attrito tra il desiderio di trasparenza e la difficoltà di garantirla: basti pensare al comportamento dell’amministrazione statunitense nei casi di Edward Snowden o di Julian Assange. Per Ashlock, l’accessibilità è finalizzata a mettere ordine nella complessità. Ancora più pragmatica la risposta di David Leonhardt, editor di una new venture del NYT – The Upshot. «Niente di più che uno strumento per catturare – o comprendere? – la realtà». Nello scrivere il libro Open data now, Joel Gurin si è fatto guidare da una convinzione: i Big data – quelli che vale davvero la pena siano aperti – sono tali perché la loro conoscenza ha un impatto forte sulla società, sulla salute della gente, sulla ricerca scientifica. L’utilità, in definitiva, è il discrimine.

Ma, prima ancora che da motivazioni pratiche, la domanda per gli Open data nasce da istanze etiche. La openness è dovuta perché la trasparenza è un valore di-per-sé. Anzi: benvenuti nel secolo della trasparenza. In ambito scientifico, gli ultimi anni hanno messo l’opinione pubblica di fronte all’evidenza di un legame forte tra opacità e comportamenti gravemente illegali nella sperimentazione e nell’approvazione dei medicinali. Ben Goldacre – medico promotore della campagna Alltrials per la accessibilità dei dati contenuti nei Clinical Study Reports depositati presso le agenzie regolatorie – considera la trasparenza un presupposto dell’autorevolezza della scienza.

Tutto facile, dunque? Neanche per sogno. Come sostiene l’economista di Stanford Brian Arthur, i problemi sono le reazioni alle soluzioni e cos’è, la Data openness, se non una teorica «soluzione»?

Primo effetto indesiderato: il «system backfiring». Come i motori soffrono un «ritorno di fiamma», anche i ricercatori e i clinici – preoccupati dalla trasparenza – possono finire col pensare più al dato pubblicato che al miglior esito delle proprie azioni. Basti pensare al clinico che trattiene più a lungo un malato con scompenso cardiaco temendo la registrazione di un nuovo ricovero in ospedale dopo la dimissione. O al chirurgo che rifiuta di praticare un intervento chirurgico per timore che le statistiche possano soffrire un esito non favorevole.

E come dovranno comportarsi le agenzie internazionali, considerate le differenti legislazioni dei diversi paesi? Quale pubblicità potrà essere data a set di dati provenienti da nazioni diverse e successivamente elaborati? E che fare nei casi di esasperato localismo in cui si vieta l’accesso ai dati ai ricercatori che non risiedono nella Regione che ha finanziato lo studio, come deciso dalla Regione Lombardia? All’opposto un altro problema: quale accesso potrà essere garantito ai risultati di sperimentazioni che hanno coinvolto centri diversi in differenti Paesi?

Infine: una questione sollevata recentemente da Jo Bates sul sito della London School of Economics: in Gran Bretagna, la pubblicizzazione di risultati di studi epidemiologici o ambientali è stata giustificata dall’esigenza di rilanciare l’economia attraverso la sollecitazione di specifici progetti di sfruttamento di dati pubblici da parte di start-up private. E’ una prospettiva corretta o è una pericolosa tentazione neoliberista?

Possiamo avere fiducia nella potenzialità della Rete come luogo in cui alla fine le buone ragioni prevalgono. Sarà, anche se qualche dubbio è legittimo averlo anche non avendo letto Evgeny Morozov. E, se quello del Data scientist è giudicato la Hal Varian il mestiere più sexy del mondo, le perplessità aumentano.

Certe parole lasciamole a cose più divertenti.

 

Comments

1 Comment

maria sucameli

Bene, la trasparenza ha sempre un grande valore per la società anche se può essere difficile da gestire senza creare a volte allarmismi ingiustificati; per evitare ciò si dovrebbero dare informazioni chiare cercando di mettere a disposizione dati certi con la massima onestà


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Bishal Gyawali

MITO trials have always been instrumental to guide ovarian ca Rx. Congrats again @fperrone62 and team on this important work. twitter.com/fperrone62/sta…

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…