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Viviamo meno da sani e più da malati

Cento chilometri di Raccordo anulare. Andata e ritorno tra casa e Marriott, sulla collina che sta per franare sulla Roma-Fiumicino. Tra Auchan e il centro direzionale Alitalia si alternano i caccia in bilico dallo sfasciacarrozze, le palme capitozzate dal punteruolo rosso, il Tevere gonfio sulla diga a Flaminio, l’area di servizio Selva Candida interna ed esterna, Torrespaccata dove presi una traversa su punizione da 35 metri 35 anni fa, il palazzo del consiglio regionale, cartelli stradali divelti e buttati nei fossi. La mattina è quella di una città che sembra ancora non aver chiaro se l’ora che viviamo è una in avanti o una indietro.

Nelle sale del Marriott c’è un consumo di energia che una città africana ci manderebbe avanti lampioni per un anno. E’ il congresso degli oncologi italiani: l’ossatura è nei venti simposi sponsorizzati da aziende. A far da satellite, qualche sessione indipendente per lo più a carattere generale. Riviste scientifiche arredano quasi tutti i salotti aziendali e sono sempre le stesse: New England Journal of Medicine, Lancet Oncology, Journal of Clinical Oncology. Quella tra impact factor e circolazione di reprint è un’associazione e non una relazione causale. O, forse, per una volta un’osservazione mostra una relazione causale e non una semplice associazione. Accanto alle riviste, il ristoro: molto in vista i frullati di verdura ma hanno effetto centrifugo anche nei confronti dei medici che si affacciano allo stand: per contenere la fuga, la hostess in tailleur blu apre con regolarità buste di Crik e Crok tirate fuori da sotto il bancone dietro cui è appollaiata.

Oggi, si vive di meno da sani e di più da malati. Ezekiel J. Emanuel

Il contenuto del congresso: grande – esclusiva? – attenzione alla clinica: le nuove opportunità terapeutiche, le promesse della genetica, i benefici del prolungamento della sopravvivenza. D’accordo: la questione è complessa e in qualche caso il progresso delle terapie oncologiche è stato significativo. Ma di fronte alle curve di Kaplan-Meier esposte come trofeo sulla pareti di tanti stand e alla metodologia poco convincente di non pochi trial regolatori, il pensiero finisce con l’andare a quanto ha scritto pochi giorni fa Ezekiel J. Emanuel sul suo blog. Oggi, c’è un aumento dell’attesa di vita da malati e una riduzione degli anni di vita liberi da malattia. Non è un’impressione, ma il risultato delle ricerche portate avanti da Eileen Crimmins alla University of Southern California. Crescono anche gli anni di convivenza con una perdita funzionale.

Emanuel cita­­ dati della National Health Interview Survey: “Between 1998 and 2006, the loss of functional mobility in the elderly increased. In 1998, about 28 percent of American men 80 and older had a functional limitation; by 2006, that figure was nearly 42 percent. And for women the result was even worse: more than half of women 80 and older had a functional limitation. There was an increase in the life expectancy with disease and a decrease in the years without disease. The same is true for functioning loss, an increase in expected years unable to function.”

Negli ultimi cinquant’anni, la medicina non ha rallentato il processo di invecchiamento così come ha rallentato il processo del morire.

Che fare? Emanuel ha le idee chiare. “Once I have lived to 75, my approach to my health care will completely change. I won’t actively end my life. But I won’t try to prolong it, either. (…) At 75 and beyond, I will need a good reason to even visit the doctor and take any medical test or treatment, no matter how routine and painless. And that good reason is not ‘It will prolong your life.’ I will stop getting any regular preventive tests, screenings, or interventions. I will accept only palliative—not curative—treatments if I am suffering pain or other disability.” Tranquilli, scrive Emanuel, non voglio convincere nessuno.

Con me, ha fatto presto. Abbiamo la stessa età e – è lui a dirlo eh – il nostro miglior contributo lo abbiamo già dato. Il suo è legato alla riforma sanitaria di Obama, il mio alla traversa colpita a Torrespaccata. Lasciando il Marriott anche il Raccordo sembra più bello. Sotto le torri di Fidene mi accorgo pure della presenza di una decina di palme, senza punteruolo rosso e tutte belle frondose.

Dietro una curva, qualsiasi scenario può allora cambiare. Basta volerlo.

 

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…