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Fare ricerca è lasciare tracce

Tutti d’accordo – nonostante le non poche osservazioni critiche anche recenti1 – sul fatto che le sperimentazioni controllate randomizzate siano il gold standard della ricerca clinica. Proprio il loro valore atteso diventa una ragione in più per criticare il fatto che l’accesso ai dati grezzi di queste ricerche sia generalmente consentito solo a poche persone: alcuni tra i firmatari dello studio e, più spesso, alle direzioni mediche delle aziende che lo hanno sponsorizzato. Questo accesso limitato ai dati – sottolineano sul JAMA Harlan Krumholz e Eric D. Petersen – mette a rischio una delle principali caratteristiche della ricerca: la sua riproducibilità2.

Progettare e condurre un trial di qualità richiede competenze e risorse sempre maggiori; anche per questa ragione, è molto raro che un gruppo di lavoro esterno decida di analizzare nuovamente i dati raccolti nel corso di uno studio già svolto: si dà per scontato, in altri termini, che qualsiasi nuovo approfondimento abbia un esito analogo a quello originale. Purtroppo non è così, come dimostrano i risultati presentati sullo stesso numero della rivista statunitense da un gruppo collaborativo formato prevalentemente da ricercatori delle università di Stanford (USA) e McMaster di Hamilton, in Canada3.

Analizzando la letteratura dal 1966 a oggi, gli autori hanno reperito solo 37 report capaci di soddisfare i criteri di inclusione nello studio (RCT reanalysis). La maggior parte di queste riconsiderazioni di studi (84%) vedeva tra gli autori almeno una delle firme dello studio originale: in altri termini, quasi sempre si trattava di una revisione a cura degli stessi autori e non di una rivisitazione esterna. Ciononostante, almeno la metà delle nuove analisi adottava un approccio statistico differente, un terzo differiva nella determinazione degli esiti dello studio o nella loro misurazione e un terzo giungeva a conclusioni diverse da quelle dell’articolo primario.

Krumholz e Petersen fanno rilevare che non sempre queste divergenze devono essere considerate come un segnale di distorsione intenzionale; in qualsiasi attività di ricerca c’è una componente soggettiva che può effettivamente orientare un progetto in una direzione diversa. Anche se non mancano in letteratura le dimostrazioni di bias pianificati, come quelli segnalati da Rising, Bacchetti e Bero: le discordanze tra il contenuto dei report presentati alla Food and Drug Administration e i risultati degli stessi studi pubblicati su riviste internazionali sono valutabili in un 9% circa. Sempre in favore dell’intervento oggetto di studio4.

Gli editorialisti del JAMA indicano alcuni punti chiave che dovrebbero informare le politiche della ricerca clinica dei prossimi anni.

 

Azione Obiettivo
Tutti gli RCT, i protocolli di studio e i piani di analisi devono essere registrati e riportati alla comunità scientifica.
  1. Migliorare la standardizzazione dei risultati e la rendicontazione degli studi.
  2. Consentire ai referee e alle riviste di monitorare i protocolli dei trial per garantire la coerenza tra il report pubblicato e gli esiti che lo studio aveva dichiarato di voler considerare.
Tutti i dati grezzi raccolti in uno studio (raw data) devono essere a disposizione di chi intenda replicare le analisi.
  1. Aumentare la fiducia della comunità scientifica nei risultati della ricerca.
  2. Permettere un dialogo più aperto con lo scopo di favorire una maggiore comprensione dello studio e una migliore interpretazione dei risultati.

 

Condividere i dati, però, non è una scelta scontata. Chi ha svolto una ricerca può preoccuparsi che un’analisi successiva comprometta la riservatezza dei dati dei pazienti, nonostante questo rischio possa essere minimizzato rendendo anonimi i dati raccolti nelle banche dati. Altri possono temere che l’accesso ai dati possa essere sfruttato per finalità commerciali: ma anche questo pericolo può essere ridotto verificando l’indipendenza dei richiedenti e permettendo la rivalutazione solo secondo modalità in certa misura vincolanti. Ancora, può essere giustificata la ritrosia di chi vede il proprio lavoro di mesi o anni minacciato da colleghi che, con un impegno assai più modesto, possono derivare dallo studio eseguito da altri un ritorno accademico comunque importante. Infine, c’è chi – non senza qualche ragione – ha sottolineato il rischio che la rianalisi degli stessi dati possa generare confusione o addirittura danni, qualora sia informata da finalità tendenziose esterne ai valori che generalmente guidano la comunità scientifica5.

Qualsiasi rianalisi dovrebbe uniformarsi a criteri predefiniti, seguendo un protocollo di studio dettagliato e rispettando le stesse norme per la registrazione seguite dal trial originale6. Sarebbe una buona norma quella di condividere preventivamente con i ricercatori chi originariamente ha svolto lo studio i nuovi risultati che si intenderebbe proporre alla comunità scientifica.

Resta, quella della condivisione dei dati grezzi della ricerca, una questione controversa di cui si continuerà a discutere nei prossimi mesi. L’apertura è una scelta obbligata dal punto di vista etico: qualcosa che, sia chi ha svolto lo studio sia chi lo ha finanziato deve ai pazienti arruolati nella ricerca. La registrazione dettagliata e completa è la condizione che rende i risultati di uno studio un “oggetto” sociale: in questo senso, il ricercatore – come l’artista – deve avere uno stile opposto dal campeggiatore ecologista, cioè deve lasciare tracce7.

Come già il Lancet nel 20108 e il BMJ con l’intensa campagna per gli Open data coincidente con l’affaire dei farmaci antivirali, anche il JAMA ha aggiunto la propria voce a quelle che da tempo chiedono maggiore trasparenza: «Rather than the rare exception, open science and replication should become the standard for all trials and especially those that have high potential to influence practice», affermano Krumholz e Petersen. Sarebbe dunque opportuno spostare l’attenzione dal se al come i raw data possano essere condivisi e riutilizzati: che un ambiente conservatore come quello dell’editoria scientifica si stia progressivamente esprimendo in favore di una maggiore apertura è una buona notizia.

 

  1. Every-Palmer S, Howick J. How evidence-based medicine is failing due to biased trials and selective publication. J Eval Clin Pract 2014;  doi: 10.1111/jep.12147.
  2. Krumholz HM, Petersen ED. Open access to clinical trials data. JAMA 2014; 312: 1002-3.
  3. Ebrahim A, Sohani ZN, Montoya L, et al. Reanalyses of randomized clinical trial data. JAMA 2014; 312: 1024-32.
  4. Rising K, Bacchetti P, Bero L. Reporting bias in drug trials submitted to the Food and Drug Administration: review of publication and presentation. PLoS Med 2008; 5: e217.
  5. Spertus JA. The double-edged sword of open access to research data. Circ Cardiovasc Qual Outcomes 2012; 5: 143-4.
  6. Christakis DA, Zimmerman FJ. Rethinking reanalysis. JAMA 2013; 2499-500.
  7. Dyer G. Working the room. Edinburg: Cannongate, 2010. Trad. it. Dyer G. Il sesso nelle camere d’albergo. Torino: Einaudi, 2014.
  8. Sharing public health data: necessary and now. Lancet 2010; 375: 1940.
[L’immagine in alto è di Alec Soth. Luxora]
Comments

1 Comment

Enzo Ballatori

Generalmente, al termine di uno studio clinico ci si limita a condurre l’analisi dei risultati finalizzandola ad una sola pubblicazione. In realtà nei dati accumulati si celano numerosissime informazioni che potrebbero essere preziose per la pratica clinica. Mi riferisco a possibili analisi per sottogruppi volte ad estendere la conoscenza scientifica del problema sottostante, e non solo a quelle tese a valutare nei singoli sottogruppi di pazienti l’efficacia differenziale dei trattamenti. Inoltre, mettere a disposizione dei ricercatori i dati di un trial clinico consente anche di eseguire metanalisi su record individuali, pervenendo a risultati assai più accurati di quelli ottenuti a partire dai soli risultati degli studi considerati. Cito al riguardo l’esperienza del gruppo IGAR (Italian Group for Antiemetic Research, gruppo indipendente) che, a partire dai dati accumulati in un solo studio clinico (Lancet, 1992), riuscì a pubblicare 6 articoli indipendenti su importanti riviste internazionali.


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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