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L'amore impossibile tra scienza e comunicazione

Dopo le parole delle Lezioni americane e il “Se una notte d’inverno” che impreziosiva l’annuncio del workshop del progetto europeo DECIDE, ancora una volta Italo Calvino ha dato il titolo della riunione annuale della Associazione Alessandro Liberati – Network Italiano Cochrane. Gli amori difficili sono quelli tra chi fa ricerca e chi dovrebbe comunicarla. calvino_citQuesta dialettica ha interessato a lungo lo scrittore ligure che le dedicò un’intera serie di racconti, le Cosmicomiche. In ognuno, a poche righe serie segue una narrazione fantastica: tra il cosmico della scienza e il comico del quotidiano c’è un attrito irriducibile, indice di una distanza incolmabile. Un’intuizione dei primi anni Sessanta che sembra inverarsi nelle dichiarazioni in tema di scienza usate oggi da comici che cercano consenso politico: cosmicomiche sui vaccini, sul virus HIV, sulle medicine alternative.

Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo quando sento parlare me stesso. Italo Calvino

Cosa hanno detto gli amori difficili?

  • Meglio mantenere separati ambiti e competenze. Come in amore – e anche Calvino lo esplicitava in un appunto a margine ad uno dei racconti dei “nostri antenati” – l’importante è tenere alla propria identità.
  • Osservarsi con occhio critico. Se fosse – e spesso lo è – una questione di linguaggio, discutendo l’Esattezza nelle Lezioni americane Calvino punta il dito in primo luogo verso se stesso. Sempre in tema di autocritica, chiunque svolga attività di ricerca dovrebbe interrogarsi sull’utilità dei suoi studi (Chalmers & Glasziou, 2014): la sola cosa peggiore della ricerca superflua è la comunicazione al pubblico di quegli stessi studi inutili o condizionati.
  • Essere consapevoli dei conflitti di interesse. Ne è pieno sia il mondo della ricerca sia quello della comunicazione. E’ una questione che deve riguardare tutti, al punto che affidare la comunicazione dei risultati di uno studio a ricercatori che lo hanno condotto è a tal punto rischioso che converrebbe evitare.
  • La comunicazione è un processo e non un episodio. Per far conoscere un progetto di ricerca bisognerebbe iniziare precocemente, rivolgendosi nei modi più opportuni a pubblici differenti col costante obiettivo di essere chiari e coinvolgenti. Lo stesso vale per la “coda” del resoconto/discussione del progetto: non dovrebbe concludersi con la pubblicazione ma con la verifica della sua ‘implementazione nel mondo reale e con la valutazione del suo impatto.
  • La comunicazione è uno spazio: ricercatori da una parte e giornalisti, grafici, editori dall’altra devono abitarlo cogliendo quotidianamente l’opportunità per mettersi in discussione. Solo così si può rispondere ogni giorno sul significato civile del proprio agire.

Per comunicare serve conoscenza (bisogna sapere di cosa si parla), tempestività (occorre essere rapidamente disponibili per gli altri), sintesi (è necessario saper distinguere tra cose essenziali e di secondario rilievo), chiarezza (si deve saper ragionare costruendo immagini, immaginando come costruirle per aiutare gli altri a ragionare). Soprattutto serve onestà: per questo la comunicazione della scienza e della ricerca è un dialogo che deve ripartire dai bambini.

Comments

1 Comment

salvo fedele

Grazie Luca per aver risolto così bene il problema aperto dalla mancanza del n° 10.

Tu che dici?
– Quando si progetta una storia si debbono conoscere bene i personaggi o si vanno scoprendo nel tempo?

– Secondo me un po’ di intuizione è essenziale. Non devi sapere tutto ma devi imparare a guardare e a lasciare le caselle aperte al posto giusto.

Presto lo inserisco lì, proprio alla fine… (al numero 10)
https://medium.com/case-studies-social-media-call-to-action/case-study-twitter-and-associali14-d5f56e1ed8a1


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Luca De Fiore

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