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Su due tavoli: fare ricerca e pubblicizzarla

Le industrie farmaceutiche sostengono il costo di gran parte delle sperimentazioni cliniche e molte volte pagano i ricercatori che le conducono per parlarne ai congressi. Sono loro i più esperti, pensano in tanti: ma è un sistema che non si può più accettare, a parere di qualcuno.

GolanUn bell’articolo uscito sul sito di ProPublica il 25 marzo 2014 parte dal caso di Yoav Golan, un clinico del Tufts Medical Center di Boston, che percepisce compensi da tre aziende oltre a condurre ricerche nel campo della terapia delle malattie infettive: Forest Labs, Pfizer e Merck (Merck Sharp & Dohme, in Italia). “The pharmaceutical company has a paramount stake in a favorable outcome. The [research] grant recipient has a stake in a favorable outcome and the honorarium recipient or consultant has yet another stake in the outcome,” sostiene David Rothman, direttore del Center for Medicine as a Profession della Columbia University. “It’s not only my lab. It’s my mortgage.” Il conflitto di interessi è evidente: come si può essere imparziali parlando di progetti nei quali si è coinvolti? “It’s such an enormous conflict of interest to have personal financial gain from the company that’s sponsoring a clinical trial on human subjects that you’re the principal investigator on,” sostiene Lisa Bero, docente della University of California a San Francisco, istituzione che – al pari della Mayo Clinic – ha vietato ai propri ricercatori di percepire compensi dalle aziende per l’attività di comunicazione legata alla ricerca sponsorizzata.

Basta dare un’occhiata alla ripartizione dei compensi ricevuti da Golan per avere conferma che per ogni dollaro speso per finanziare attività di ricerca le aziende ne danno tre ai clinici per parlarne (nel caso della Merck il rapporto è ancora più alto).

Ma l’aspetto più preoccupante è un altro e lo mette in luce la riflessione dolente di Susan Molchan su JAMA Internal Medicine. Racconta la propria esperienza di partecipante a due congressi. Uno, From Avoidable Care to Right Care, centrato sulla discussione di come migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria rispettando il malato e avendo a cuore la sostenibilità del sistema. L’altro, una “late-breaking special session” della Alzheimer’s Association’s International Conference: “a pharmacopeia of color and gloss” popolata da quello che la Molchan descrive come un cast di personaggi tipici: “pharmaceutical and imaging company executives and staff members, lobbyists, staff members from the Alzheimer’s Association and other advocacy foundations, and academics, many of whom were funded by pharmaceutical companies as consultants and/or for research support.”

L’aspetto preoccupante è dunque l’attenzione che ancora si presta a certi personaggi, la credibilità dei quali non è mai stata così scarsa. E’ un mondo nel quale di fronte al rifiuto dell’offerta di migliaia di euro quale esplicita “captatio benevolentiae” ci si sente dire: “Sei tu l’eccezione, in nove casi su dieci ringraziano”.

Comments

2 Comments

amelia beltramini

Conosciamo abbastanza bene i conflitti di interesse Usa: il Sunshine act li sta rivelando e ProPublica si occupa di divulgarli. Ma di quelli italiani? Nonostante la legge attuale obblighi i ricercatori a dichiararli ai loro superiori gerarchici, le dichiarazioni non sono rese pubbliche nei CV (come imposto nelle migliori università e nei migliori ospedali Usa) e quindi non cambiano un bel niente. Per giunta quando serve i ricercatori negano i conflitti che hanno. Due esempi recenti che hanno coinvolto un Hta dell’Agenas (http://spizzichiemozzichidisalute.wordpress.com/2014/04/12/il-conflitto-dinteressi-negato-nella-valutazione-tecnologica-hta-dellagenas/) e l’epidemiologo Carlo La Vecchia (http://spizzichiemozzichidisalute.wordpress.com/2014/03/12/488/)

Ldf

Grazie mille, Amelia Beltramini, per la nota di commento. Suggerisco a tutti di leggere il post sul blog che segnala Amelia (http://tinyurl.com/natoxsa) perché non solo è un esempio della reticenza di gran parte dei KOL nel dichiarare i propri interessi (quasi sempre “conflittuali”) ma anche della possibilità che il web offre a ciascuno di noi di farsi personalmente un’idea più completa della situazione…


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…