Press enter to see results or esc to cancel.

La corruzione dell'industria farmaceutica

“E’ semplice: noi paghiamo i medici e loro prescrivono i nostri medicinali. Se non li paghiamo, non vediamo prescrizioni”.

Ad ammetterlo è Jglaxo_2219814barek Wisniewski, già informatore scientifico del farmaco di GSK nella regione polacca della città di Lodsz, che in un’intervista alla BBC prosegue: “Non possiamo andare da medico a dirgli ‘Ci servono più ricette’. Così prepariamo un contratto per fargli fare una relazione a dei pazienti e gli diamo 100 sterline, che valgono la promessa di oltre cento prescrizioni. E’ corruzione”.  Con sistemi simili, lo scorso anno 500 milioni di dollari sono transitati dalle casse di GSK alle tasche di medici cinesi e la stessa azienda è stata recente protagonista di un altro episodio analogo addirittura in un Paese socialmente devastato come l’Iraq. E, ancor più di recente, in Giordania e in Libano. Il report di fine anno di GSK ha denunciato 161 violazioni nel corso del 2013 da parte di personale dell’azienda e 48 dipendenti sono stati licenziati per questi episodi di corruzione.

In questa simpatica classifica della corruzione, GSK precede Astrazeneca (149) e Roche (136). Eppure, dobbiamo stare tranquilli perché si tratta sempre di episodi isolati che non devono assolutamente far pensare ad un modello di business che, dal punto di vista etico, possa destare preoccupazioni. Anzi, tra i principali argomenti che GSK espone a propria difesa è proprio l’evidenza di una sostanziale omogeneità nel numero di scandali che vedono protagoniste le diverse industrie farmaceutiche.

“We should be known for saving lives not falsifying data and bribing doctors.” Trevor Jones, esperto di attività di lobbying per l’industria farmaceutica.

Assistiamo quotianamente a fatti che, per frequenza e gravità (non si può dimenticare che c’è in ballo la vita delle persone) meriterebbero un’attenzione diversa. E invece? Aziende come GSK si autoproclamano paladine della trasparenza e prendono impegni solenni come quello di non pagare più i medici per le relazioni congressuali a partire dal 2016 (da subito no, eh?). Sembra una battuta, poi, la dichiarazione del management britannico che sostiene che, per invertire la rotta, serve la … modernizzazione: poteva mancare l’innovazione? “We agree there is a need to modernise interactions between the pharmaceutical industry and healthcare professionals to ensure patients’ interests are always put first and to eliminate even a perception of a conflict of interest.”

Un editoriale uscito sull’edizione inglese della rivista Prescrire indica la strada,con il consueto rigore: “Thinking and acting first and foremost in the interest of patients is now, more than ever, the necessary antidote to corruption in the field of health care.”

 

Comments

8 Comments

Aristarco

Ma si è preso in considerazione di che Paesi stiamo parlando? Polonia, Iraq, Giordania, Cina e Libano!!
Possibile che questi nomi non dicano niente?
In Svezia o in USA o in UK o in Germania o in Francia o in Olanda o anche, perché no, in Italia il sistema di rilevamento del comparaggio e della corruzione è talmente inefficiente – rispetto a quello di Paesi come Polonia, Iraq, Giordania, Cina e Libano – che non riesce a intercettare niente??? O forse la spiegazione è tutt’altra???
Questo è un ennesimo esempio di una stolidità mentale di una certa stucchevole “intellighentia” nostrana “anti-industria-farmaceutica-a-prescindere” che – a mio parere – manifesta un fenomeno di abbruttita auto-obnubilazione, che non permette di avere una visione un po’ meno manichea e luciferina nei confronti della satanica industria farmaceutica.

Conflitto di interessi: il sottoscritto lavora nell’industria farmaceutica. Dichiaro comunque, anche se so di non essere creduto, che non ho corna sula fronte, coda fra i glutei e neppure zampe da caprone.

Ldf

Grazie mille per il commento e per aver condiviso il suo possibile “conflitto di interessi”. Considerato che il suo è un punto di osservazione privilegiato (interno alle dinamiche industria-medici prescrittori) è probabile che lei abbia ragione. Fa riflettere, però, che le notizie di cui abbiamo parlato anche con Stefano Cagliano con l’intervista uscita su Va’ Pensiero siano quasi quotidianamente presenti anche nella vita di Paesi dove i controlli regolatori dovrebbero essere più rigorosi. Proprio in questi giorni è esploso un nuovo caso in Francia, e ne ha parlato una rivista importante come Le Nouvel Observateur (http://m.nouvelobs.com/article/20140418.OBS4469/industrie-du-medicament-j-ai-vendu-mon-ame-au-diable.html). Fa seguito allo scandalo che ha coinvolto la Merck nella stessa nazione. Casi analoghi sono sulle prime pagine dei quotidiani canadesi e statunitensi. Speriamo davvero siano dei falsi allarme. Grazie ancora per il commento.

Aristarco

La vera questione di fondo è – a mio opinabilissimo parere – che, da ormai svariati anni, vi è in atto una demonizzazione dell’industria farmaceutica tout court. Industria in cui – ovviamente – si concentrerebbero i più ignobili, sordidi e spregevoli rappresentanti dell’Umanità. In altre parole, vi è – ahimè! – una “intellighentia” che considera à la page scagliarsi contro Big/Medium/Small Pharma e che è composta da non poche persone ben disposte a spendere qualche decina di euro per vedere confermati i propri dogmatici pregiudizi, acquistando ad esempio il libro di John Virapen, che è colui che confessa di aver venduto l’anima al diavolo (breve pausa di un ottavo… SOL SOL SOL…..MIIIII!… e il destino [infernale] che bussa alla porta!!) a cui rimanda l’articolo segnalatomi nel Suo link. Fermo restando che – ovviamente – nessuno si sogna di affermare che le magagne nel Mondo del Farmaco siano inesistenti, riscontro che l’articolo che mi ha linkato è infarcito – se si inforcano gli occhiali della ragionevolezza critica – di bias, di inconsistenze, di contraddizioni, ecc.
Però Lei non li scorge. O non li vuole scorgere.
Cordialità
P.S. Ad esempio, il sig. John Virapen afferma che non vi sono evidenze di superiorità di fluoxetina vs placebo. Ma chi è il sig. Virapen? È un ex-ISF, che è diventato un maneggione internazionale nonché direttore di una piccola filiale di una multinazionale e che ora ha raggiunto un certo successo scrivendo libri contro Pharma. Le competenze scientifiche del sig. Virapen appaiono pari a zero.
D’altra parte, se si consulta PubMed, vi sono, ad esempio, diverse meta-analisi che attestano l’efficacia, vs placebo, di fluoxetina.
A chi credere? Personalmente, fra un cicaleccio non disinteressato di articoli su settimanali in cerca di scoop e PubMed, personalmente ho DA SEMPRE preferito quest’ultimo.
P.P.S. Comunque, da quel che riferisce il sig. Virapen, Gli consiglierei calorosamente di farsi vedere da un buon strizzacervelli (ma uno buono davvero), perché la serie di allucinazioni ipnagogiche che riporta non mi sembra testimonianza di un eccellente stato di sanità mentale. Sempre che non si tratti di un mezzo furbetto per promuovere le vendite del proprio libro 😉

Ldf

Grazie di nuovo. Sono d’accordo con lei: il problema è complesso. Ciò che fa pensare, e forse mi ripeto, è la frequenza con cui i comportamenti non esemplari di alcune aziende sono denunciati. Restando alla Francia, il caso Lilly ha fatto seguito ad uno scandalo ancora maggiore che ha coinvolto (e coinvolge) la Merck: è descritto in un altro libro, pubblicato da una casa editrice nota per il rigore e la serietà, la Flammarion (http://www.lemonde.fr/economie/article/2014/02/04/un-ancien-de-merck-denonce-les-pratiques-du-laboratoire_4359560_3234.html).
Le questioni sono le solite: dati non pubblicati, rischi per i pazienti sottovalutati, opinion leader compensati per amplificare le qualità del farmaco. Argomenti che – almeno a me sembra – emergono soltanto inforcando gli occhiali della ragionevolezza e adottando uno sguardo critico.

Aristarco

Prima John Virapen e ora Bernard Dalbergue.
Insomma, non trova singolare che quando questi Grandi Accusatori denunciano un qualche misfatto di qualche Pharma, poi arrivi, sugli scaffali delle librerie, SISTEMATICAMENTE un bel libro a firma di costoro?
Bernard Dalbergue “assure ne pas agir par esprit de vengeance”… est juste une autre façon de gagner de l’argent 😉

Provi a scrivere un libro in cui oggettivamente decanta le virtù (qualcuna pure ci sarà!) di Pharma e poi mi dica quante copie riesce a vendere.
Provi invece a scrivere un libro scandalistico contro Pharma, come ad esempio il famigerato “Effetti collaterali” di Ben Goldacre (in cui ho contato – una per una – un numero di inesattezze, più o meno gravi, che oltrepassa il centinaio) e potrà aver tra le mani un best-seller 🙂

Insomma, esiste una robusta pubblicistica anti-Pharma che oggi è di moda e che tira.
Perché tanto successo di tale pubblicistica? Perché tale demonizzazione?

Personalmente ritengo che sia una situazione molto vagamente analoga a quella di quei poliziotti che fanno i ladri o di quei preti che sono pedofili.
Tutti, ad esempio, concordano sul fatto che sia esecrabile la pedofilia.
Però il fatto che sia compiuta da un prete (che magari fino a un attimo prima tuonava dal pulpito contro i facili costumi) la ingigantisce. Nonostante non vi siano chiare evidenze secondo cui la pedofilia sia maggiormente marcata nell’ambito della particolare sotto-popolazione dei preti, vi è una percezione ingigantita del fenomeno pedofilia fra i sacerdoti.

Vi é stato un momento, ormai svariati anni or sono, in cui l’industria farmaceutica era vista in modo più che benevolo, poiché era – in modo corretto – vista come una attività anche finalizzata oggettivamente ad alleviare la sofferenza.
Poi vi sono indubbiamente stati stati dei fattacci, non peggiori – IMHO – di quelli che si sono verificati in altri settori dell’attività umana.
Però in questo caso, le speculazioni finanziarie, i fenomeni di corruzione, ecc. effettuate dall’industria farmaceutica – raccontate ad esempio nel libro di Marcia Angell in cui si parla esplicitamente in termini di “vil denaro” – ha generato una reazione di rigetto molto più ingigantita e oggi l’industria farmaceutica è vista come i cartelli colombiani della droga.

In conclusione, ribadisco: sono convinto che l’industria farmaceutica sia fatta semplicemente da uomini e donne, non peggiori né migliori degli altri.
E se mi sbaglio, mi deve fornire le prove.
Cordialità

Ldf

Eccoci di nuovo per dirle che, almeno secondo me, lei non sbaglia: l’industria farmaceutica è fatta da persone ciascuna con le proprie qualità, buone e meno buone. Per qualcuno, però, quando c’è di mezzo la salute della gente – e in molti casi la vita – la questione si fa delicata. Mi viene in mente una frase detta al convegno della Cochrane Collaboration inglese che c’è stato a Manchester pochi giorni fa: “Il pensiero di Archie Cochrane [una delle figure al quale si ispira la cosiddetta medicina basata sulle prove] si richiamava ad una scienza ancorata alla giustizia sociale”. Possono sembrare parole vuote: la sostanza, però, è che a chi lavora nell’ambito della sanità andrebbe chiesto un sovrappiù di responsabilità.
Invece, non sono d’accordo sulla sua convinzione sul libro sui medicinali. Pensi che proprio la persona con cui parlavo nell’intervista pubblicata su Va’ Pensiero – Stefano Cagliano http://www.pensiero.it/attualita/articolo.asp?ID_articolo=1221&ID_sezione=37 – ne ha scritto uno molto bello, venti anni fa: I dieci farmaci che sconvolsero il mondo. Subito esaurito.
Di medicine che funzionano sono piene le farmacie. Sono quelle che funzionano meno che hanno bisogno di molta pubblicità e di trucchi pericolosi per amplificarne i pregi.
http://www.inmondadori.it/Dieci-farmaci-che-sconvolsero-Stefano-Cagliano/eai978884204503/

Aristarco

In primis, Lei testualmente afferma che:”[…] la sostanza, però, è che a chi lavora nell’ambito della sanità andrebbe chiesto un sovrappiù di responsabilità”.
Concordo con quanto scrive.
Anche se preferisco esprimere il Suo stesso concetto con le parole che tante volte ho sentito con le mie orecchie:”Fare il medico non è un lavoro come gli altri, ma è una Missione”.
E implicitamente è richiesto anche all’industria farmaceutica un livello di Etica non dissimile. E quando invece l’industria farmaceutica si comporta come ogni industria del mondo capitalistico e cioè come attività finalizzata a massimizzare il profitto, ecco che emerge la riprovazione totale.

In secundis, Lei cita il libro di Stefano Cagliano che però è stato pubblicato nel 1989 e 25 anni fa si poteva ancora “parlare bene” nel settore del farmaco. Se quello stesso libro fosse pubblicato oggi, sarebbe destinato a rimanere sugli scaffali delle librerie. O forse no. In fondo, il titolo è attrattivo. Ma invece di parlare di penicillina, cortisone, farmaci anestetici, insulina, ecc, avrebbe dovuto parlare di rofecoxib, talidomide, cerivastatina, sibutramina, mibefradil, ecc. e allora potrebbe diventare ancora un best seller.

Cordialità

Roberto Bonini

Da sempre sono a favore dell’industria farmaceutica: dobbiamo loro l’introduzione di farmaci che hanno cambiato il volto del mondo. Un esempio tra tanti: i butirrofenoni in psichiatria hanno permesso a pazienti con gravi patologie di tornare a ri-vivere una vita vivibile. E credo che la legge 180, senza nulla togliere ai meriti del caro amico Franco Basaglia, senza l’ausilio di alcuni farmaci forse non avrebbe potuto esserci.
Credo che l’ambito istituzionale della ricerca farmacologica e non solo con i miseri mezzi a disposizione non avrebbe potuto fare nulla. Inoltre molti ricercatori richiamati dall’industria privata con compensi degni del loro impegno e lavoro hanno giustamente cambiato sponda. Quello che la massa non mette a fuoco è: per quale motivo un imprenditore dovrebbe investire milioni di euro in ricerca senza poter alla fine raccoglierne i benefici economici? Lo scopo di lucro è senza conflitto di interessi: è dichiarato.
In alcuni punti dei suoi interventi però mi sembra che semplifichi troppo il ruolo delle persone che lavorano nelle aziende sotto “processo”. Li assimila a categorie che nulla hanno a che fare con l’etica professionale e il codice deontologico. Alterare dati di laboratorio a proprio vantaggio o non dichiarare o minimizzare eventuali effetti collaterali di un farmaco, non credo che sia proprio come rubare un auto. Su questo punto credo ci si debba chiedere quali debbano essere i propri limiti.
Cari saluti.


Leave a Comment

Tweet

Jeanne Lenzer

Man Booker Prize winner Saunders explains how to write. Oh so true, so true: pic.twitter.com/UUNhv4TDVN

Tag Cloud

Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…