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ECM: anche in questo caso "Less is more"

Se un medico dovesse “scegliere consapevolmente” tra le opportunità formative a disposizione difficilmente deciderebbe di seguire un corso di bridge.

Anne Bondy Osterby_piccolaEppure è accaduto, a Palermo e a Bergamo, negli ultimi mesi. Corsi accreditati dal programma nazionale di educazione continua in medicina. A Palermo il corso è stato annullato mentre l’evento (così – paradossalmente – ministero e Agenas chiedono di definire ogni tipo di corso…) di Bergamo non è chiaro che fine abbia fatto (sembra sia stato sottoposto a verifica da parte della commissione per la qualità dell’Ecm ma non si conosce l’esito a distanza di mesi).

L’annullamento del corso di Palermo è un successo dovuto a Salvo Fedele. Pediatra, si occupa di formazione sul campo, come dice sinteticamente il suo profilo su Google+ (conviene dare un’occhiata all’insieme dell’offerta informativa di Salvo sui social media: Twitter – Slideshare –YouTube).

La storia di Doctor Bridge conferma cose che già sapevamo:

  1. in Italia, l’educazione continua del medico è priva di governo;
  2. il ministero della Salute non si occupa più da vicino di formazione e sembra più interessato a indirizzare i malati verso le strutture (teoricamente) a cinque stelle che a migliorare efficacia ed efficienza del complesso delle cure ai pazienti;
  3. il controllo della qualità degli eventi è molto complicato perché le forze a disposizione di Agenas non sono tali da garantire l’attenzione e la tempestività che sarebbero necessarie.

Doctor Bridge suggerisce che anche nell’educazione continua del medico fare meno significherebbe fare di più. Società scientifiche e aziende sanitarie potrebbero fare tesoro delle evidenze scegliendo almeno cinque cose su cui non investire più. Per esempio:

  1. i congressi nazionali con migliaia di iscritti, privi di focus tematici e di efficacia didattica (Forsetlund, 2009);
  2. i simposi che prevedono relazioni su argomenti di terapia svolte da ricercatori che conducono studi sui farmaci discussi (Molchan, 2014);
  3. i convegni satellite con relatori scelti dagli sponsor, che troppe volte hanno un controllo anche su forma e contenuti delle presentazioni (Lo & Ott, 2013);
  4. eventi su argomenti clinici organizzati da agenzie di comunicazione (Schwartz & Woloshin, 2013);
  5. progetti didattici che non prevedano un’audience multidisciplinare (Davis et al., 2003).

E’ un discorso lungo ma la formazione che produce cambiamento è a piccoli gruppi, è interattiva ed è fatta sul campo. Scegliere saggiamente farebbe risparmiare (Bloom, 2005) e restituirebbe un poco di credibilità ad una professione che ne sta perdendo.

Comments

22 Comments

salvo fedele

Caro Luca. Per evitare che la mia popolarità all’interno dell’Ordine dei Medici di Palermo si accresca oltre i miei meriti desidero precisare che il sito delle Iene che pubblica il resoconto dell’evento #doctorbridge e l’intervista del Presidente ha avuto ad oggi 43.000 accessi.

Anche senza considerare quanti hanno visto in diretta quella puntata questi numeri da soli rendono giustizia dei meriti acquisiti.

Il mio slideshare è stato visto ad oggi da 250 visitatori unici del sito. Il mio pezzo su medium da poco più di 400 visitatori unici.

Anche volendo considerare gli accesi al mio profilo g+ che nell’ultima settimana sono stati 8000 e tenendo conto che non possiamo sapere in alcun modo quanti hanno letto i vari post facebook sull’argomento i miei meriti/colpe sono certamente minori di quelli delle iene.

Ti prego di segnalarlo nel tuo pezzo.
Mi sarà utile nel prossimo procedimento disciplinare cui la tua amicizia mi stai inevitabilmente avviando…

Aristarco

Sono dichiaratamente prevenuto. Se qualcuno collabora con Le Iene, deve esserci del poco chiaro. Già dimenticato il caso Stamina, le diete che fanno passare il cancro, l’escozul, ecc.

Ldf

Grazie per l’assiduità con cui segue il blog. Evidentemente non mi sono spiegato: non c’è stata “collaborazione” tra chi ha segnalato l’irritualità del corso sul Bridge (come esercizio per la mente…) e la redazione della trasmissione Le iene. La televisione – come altri media – si è interessata alla questione una volta che il caso era stato sollevato.

Ldf

L’attenzione competente di Salvo Fedele alle questioni legate alla crescita professionale in medicina mi portano ad aggiungere qualche considerazione al post di alcuni giorni fa. Obiettivo è avere da chi legge qualche osservazione utile.

Preso dal desiderio di indicare almeno 5 cose da non fare (a imitazione del Choosing Wisely) sento di aver piegato le evidenze alle mie necessità: in realtà, non disponiamo di prove sufficientemente robuste per essere certi di ciò che è utile all’aggiornamento del medico.

1. Le esperienze (teoricamente) formative sono talmente eterogenee da non permetterne l’analisi sistematica.

2. L’offerta così varia (e improbabile) è funzionale all’impossibilità di una seria valutazione di efficacia.

3. L’assenza di una governance (o, semplicemente, di un governo) della formazione prepara nel migliore dei modi il terreno all’azione dei veri protagonisti del settore: industria, società scientifiche, agenzie di comunicazione. Con regole lasse, “vale tutto” e, come a carnevale, ogni scherzo vale, anche il bridge.

4. In mancanza di obiettivi formativi forti, pochi, convincenti, credibili (concordati a livello nazionale ma adattati alle realtà locali, anche “micro”), l’attenzione viene posta sulla forma invece che sulla sostanza della formazione: congressuale, residenziale, a distanza o “sul campo”, nessun format è utile se non è messo al servizio di una determinazione al cambiamento/miglioramento dei comportamenti clinici/assistenziali o delle politiche di sanità pubblica.

5. L’assenza di una politica della formazione pregiudica la possibilità di poter contare su indicatori credibili dell’efficacia di qualsiasi evento. Come possiamo ancora credere alla affidabilità dei punteggi dei questionari di fine corso? Solo ancorando gli obiettivi formativi ai bisogni di salute delle popolazioni di riferimento si potrebbe arrivare ad una valutazione dell’utilità reale di un progetto di educazione continua.

salvo fedele

Luca non credo che sia poi così difficile avviare un percorso virtuoso.

Pensa per esempio alla necessità per il professionista del perfezionamento delle clinical skill. Non ci sono evidenze o metanalasi sull’argomento? Direi che però il consenso su questo potrebbe essere più alto di quello della necessità dell’ormone tiroideo nell’ipotiroismo o dell’insulina nel diabete. Anche lì non ci sono metanalsi ma l’ovvietà è l’ovvietà (anche in medicina)

Pensa alle opportunità offerte di perfezionare queste capacità. Ancor di più pensa alla possibilità di realizzare concretamente attraverso vari strumenti virtuali di condivisione un percorso di revisione tra pari delle capacità acquisite.

Qualche esempio concreto?
Avevo proprio intenzione di parlartene.
Il pensiero Scientifico è anche un provider ECM! Ti farò presto qualche proposta. Ormai i tempi sono maturi.

salvo fedele

Per restare alle clinical skill vorrei farti alcuni esempi di come cambia la professione nell’arco di alcuni anni (a volte pochissimi) e di come l’esigenza di una ECM sana sia indispensabile.

Quando mi sono formato i disturbi del linguaggio e i disturbi specifici dell’apprendimento erano poco noti e studiati. Come sai quando si parla di prevalenza di un problema in medicina le stime sono sempre molto ampie ma ci troviamo sicuramente di fronte a un problema gigantesco che interessa approssimativamente tra l’1% e il 5% della popolazione infantile. Sicuramente molto più della celiachia di cui i pediatri parlano ogni giorno.

Bene. Quali sono le clinical skill che un pediatra deve avere per intercettare questi disturbi al momento giusto?

Davvero è proprio necessario fare questa domanda a un micro campione di pediatri per individuare un obiettivo educativo forte? L’età media dei pediatri italiani la conosciamo, Conosciamo quando queste nozioni sono venute fuori. Conosciamo anche il disinteresse della pediatria accademica verso questi problemi. Ci vuole molto per includere l’acquisizione di queste skill cliniche nell’elenco di cui parli al punto 4?

Ma restiamo nel tradizionale. L’ascoltazione cardiaca.
Tutte le linee guida ipocritamente mettono al primo posto del percorso che va verso la definizione di soffio patologico l’ascoltazione cardiaca. Le associazioni “contro” blaterano sulla inutilità degli esami diagnostici. Bene. Prova a guardare 10 pediatri che ascoltano un cuore. Prova a contare quanti seguono la sequenza giusta di ascoltazione, quanti si soffermino nei focolai di ascoltazione per il tempo minimo necessario a capirci qualche cosa (secondo la letteratura non può essere mai meno di 15 secondi e io personalmente ho bisogno di almeno 30 secondi a focolaio: sarà perché sono vecchio o perché i bambini che visito ogni tanto ridono/piangono/si muovono e non sono manichini?)

Davvero è proprio necessario calcolare la LR della diagnosi di soffio innocente fatta in “quel modo” per capire che con i mezzi che abbiamo a disposizione oggi (una analisi spettrografica del file digitale, un addestramento a riascoltare le micro-registrazioni che hai fatto, i software di analisi automatica che valorizzano il significato delle diverse frequenze) l’addestramento a questa skill da sola potrebbe abbassare l’invio ai servizi di secondo livello per esami inutili di almeno (Omissis) … (Tantissimo Luca, ma la ricerca è ancora in corso)
Non basterebbe un risultato simile per includere questo tra gli obiettivi forti di cui parli al punto 4?

Ancora un esempio?
Il polso paradosso. Anche lì ipocritamente tutta la letteratura diagnostica spiega che è un segno di allarme che obbliga a una ospedalizzazione immediata (per esempio in una bronchiolite) o viene definito come un criterio che permette di definire uno stato di male asmatico. Un tempo il polso paradosso era quasi impossibile da definire in pediatria ma con le curve pletismografiche dei pulsiossimetri è di una facilità incredibile. La prevalenza del problema è bassa ma hai un criterio forte per distinguere casi gravi da casi gestibili ambulatorialmente. Saper leggere una curva pletismografica di un pulsiossimetro è fondamentale. Quanti lo sanno fare? Non basterebbe (se scoprissimo che solo in pochissimi sanno di che cosa stiamo parlando) per includere anche questo nell’elenco di cui parli al punto 4.

Se non ti annoio troppo potrei farti vari esempi ancora magari cambiando area. Che dici?

salvo fedele

Va bene prima della tua risposta faccio un altro esempio, questa volta che tocca il tuo campo di interesse in modo più diretto.

La tua casa editrice è tradizionalmente attenta ai socialnetwork, hai pubblicato libri molto utili per diffondere tra i professionisti italiani l’utilità di questi strumenti. Prova a guardare però come utilizzano facebook, twitter e G+ i medici italiani.

Da nessuna parte c’è un dibattito sull’etica dei comportamenti in rete che un professionista dovrebbe seguire.

Quando entri in un gruppo facebook come professionista dovresti immaginare di stare a casa di amici e rispettare gli amici del coordinatore del gruppo come tuoi amici. Quando vai a casa di un amico e incontri persone che non conosci ti metti ad urlare? Usi le parolacce? Dai del fascista a chi non non ha la tua stessa idea? Prima di esplodere ti dai almeno una regolata e se sbagli tono ti scusi.

Prova a frequentare i gruppi facebook. Prendi ad esempio gli interventi dei professori universitari. Quanti di questi conoscono le buone maniere nel comportamento on line?

Come fanno i medici italiani a non capire che con la professione che svolgono è impossibile non mantenere un comportamento impeccabile nelle discussioni in rete e che questa al mondo d’oggi è una skill fondamentale da acquisire (editare ancora prima di scrivere, immaginare cosa può capire l’interlocutore dal tuo messaggio, rileggere ad un amico prima di scrivere di getto etc)

La maggior parte dei medici italiani non si è mai posto il problema (tanto siamo su facebook che obbliga…) Hanno imparato ad usare i socialnetwork per imitazione e non capiscono che non possono usarli con lo stesso gergo e gli stessi comportamenti che si usano nel forum del blog degli adolescenti.

Se poi aggiungi che la tradizione al confronto è molto bassa nel nostro paese e che la capacità di valorizzare l’ascolto in una discussione è ancora più bassa hai l’implosione che è dinnanzi agli occhi di tutti.

Ci vuol molto per capire che anche questa è una skill da includere nell’elenco del punto 4 di cui parli? Una skill che apre molte possibilità di confronto e di crescita personale!

Stefano Miceli Sopo

Da un lato sono ottimista (= la formazione media del pediatra medio non mi pare malvagia), da un lato sono pessimista (= difficile applicare una soluzione efficace ai problemi dell’ ECM, tutti gli attori hanno qualche vantaggio dall’ attuale situazione).
Tra parentesi, la formazione non prevede il pagamento del lavoro dei docenti.
Ció potrebbe provocare conseguenze negative, tipo “faccio un lavoro all’ acqua di rose”, “mi guardo un pó in giro e cerco di trovare qualcuno che mi paghi per dire quello che conviene a lui”
Comunque, grazie per lo spirito che vi contraddiatingue, fa bene al cuore

Salvo Fedele

@stefano Non dipende dal provider pagare o non pagare il docente? Tutti i provider non pagano?

Stefano Miceli Sopo

non credo esistano regole scritte in merito
e’ prassi ricevere un compenso se la relazione e’ chiesta esplicitamente e formalmente da una azienda
poi si puo’ ricevere un compenso, ma non e’ frequente, quando l’ impegno di docenza sia prolungato, ad esempio mezza giornata

Ldf

ciao Salvo,scusa ma mi ero perso due tuoi commenti ai quali rispondo molto sinteticamente.
1. gli esempi che fai sono molto interessanti: specifici, rilevanti e – pare – relativamente semplici da trasformare in momenti di crescita professionale. ricordo che anni fa, esigenze simili erano nate nella comunità cardiologica: competenze pragmatiche, contenuti “to-the-point”. Nacque un convegno annuale non accademico che però, dopo qualche edizione, finì per uniformarsi all’andazzo dei simposi satellite e dei relatori “esperti”.
2. social media. una società “scientifica” di area pediatrica ha preparato una pagina “per i genitori” sulla stitichezza del bambino: dal 29 febbraio sono stati postati 19 commenti. A nessuno è stata data risposta. Con disincanto, posso dire che mi sembra normale che una pediatria prevalentemente abituata ad una comunicazione unidirezionale vis-à-vis possa seguire la stessa strada utilizzando i media più recenti. Non è la tecnologia che cambia le persone, ma sono le persone a determinare l’uso delle innovazioni.

salvo fedele

Torno tra un po’ sulle cose che diceva Stefano, ma colgo l’occasione offerta da quello che scrive Luca per tornare all’odioso tema dei social media.

“Odioso” perché del tutto ignorato fino a qualche tempo fa e con migliaia di esperti al giorno d’oggi. Lo faccio solo per ripartire dall’elenco del punto 4 e alla tua domanda iniziale.
” 4. In mancanza di obiettivi formativi forti, pochi, convincenti, credibili (concordati a livello nazionale ma adattati alle realtà locali, anche “micro”), l’attenzione viene posta sulla forma invece che sulla sostanza della formazione…”

Nella definizione degli obiettivi educativi i social media sono diventati un’ottima spia di come discute la classe medica , di come si confronta al suo interno e nel rapporto con “il cliente”.

Il modello unidirezionale della formazione è riprodotto nel modello unidirezionale della “divulgazione”.

La più grande novità di questo strumento è invece la possibilità di “allenarsi” al confronto.
Uno degli indici più efficaci di “successo” di un percorso formativo e indipendente dal format utilizzato (on line, di presenza, blended) è il coinvolgimento diretto nella soluzione di un problema (meglio se reale, piuttosto che simulato).

I medici “leggono” un confronto come si legge una lettera a una rivista o una domanda a un congresso. Non amano mettersi in gioco e partecipare per vari motivi (tempo prima di tutto) ma mi sembra di poter affermare che nella maggior parte dei casi mostrano di non conoscere il valore “educativo” del mettersi in gioco.

Così intervengono più spesso per la battuta ad effetto, Intervengono per “vincere” un confronto. E non sanno adoperarsi per una sintesi che permetta al confronto di fare un passo avanti.

Per esempio non sarebbe questo un obiettivo educativo da includere tra i temi forti di cui parlavi tu?

D’accordo su quello che scrivi “Non è la tecnologia… ma sono le persone… ” ma ancora una volta una ECM sana può nascere dalla capacità di interrogarsi sulla realtà per definire priorità

Non dire a me poi come finiscono le storie.
– il convegno non accademico che poi…
– il gruppo di lavoro che hai contribuito a far crescere che poi…
– etc etc
ma quello fa parte della vita e la risposta migliore resta sempre la stessa, quella del Signor K di Bertold Brecht
“sto lavorando al prossimo errore” …

Ldf

Ragionare sull’uso dei social media da parte del medico apre una serie di porte illuminando scenari per lo più già conosciuti. Per esempio, sul rapporto tra il medico e il tempo: gli spazi sociali in rete sono visti come una minaccia ad un uso “utile” del tempo invece che un’opportunità per guadagnare tempo attraverso – per esempio – la condivisione con i colleghi. Ancora: già la locuzione contiene il germe di una minaccia. Ho l’impressione che buona parte dei medici veda il proprio lavoro come un rapporto a due con la malattia: il malato è un inciampo e il confronto/dialogo qualcosa di superfluo.
Nelle tante occasioni (teoricamente) formative ho sempre sottolineato come la rete sia un’opportunità per essere protagonisti e non più spettatori del divenire dei saperi utili alla cura o alla salute. Ho trovato attenzione o simpatia, sì, ma non sono stato sufficientemente convincente per costruire comunità tra persone affini disposte a mettersi in gioco cambiando.
Ma non è un buon motivo per smettere di immaginare i prossimi errori. Ne ho già in mente di grossi…

salvo fedele

Luca ti annoio ancora. l’opportunità di usare questa lavagna per riflettere sull’ecm che non c’è in chiave di utilità personale è troppo ghiotta.

I tuoi 10 punti (i 5 no e i 5 sì… come mi piace sintetizzarli) sono una cornice perfetta per sviluppare una riflessione individuale.

Lo so quel che pensi: nonostante i numerosi appelli sui socialmedia, a parte Stefano non abbiamo raccolto nessuna voce.

Non importa, perseveriamo e aspettiamo ancora per un po’.

Socialmedia: è certo che parliamo lo stesso linguaggio, la diagnosi è fatta, (il silenzio raccolto in questa lavagna è un’altra conferma?). Solo una precisazione: per molti anni anch’io ho posto l’enfasi sulle affinità, quel che mi affascina adesso dei socialmedia è la possibilità di confrontare diversità.

Per il momento però lasciamo da parte il passo successivo (che fare?) e andiamo avanti…

salvo fedele

Andiamo avanti…

Vorrei farlo innanzitutto a partire da quello che dice Stefano “la qualità dell’ECM è bassa anche perché chi fa didattica non viene retribuito adeguatamente”.

Sappiamo tutti che questo succede perché gli utili di un corso ECM vanno per lo più all’organizzazione che lo propone. Gli utili possono essere di natura economica (alcuni eventi hanno un fatturato molto alto eppure la renumerazione per i docenti è limitata al rimborso del viaggio e all’ospitalità). Gli utili possono essere di altra natura (non mi soffermo su questo).

Quel che però è davanti agli occhi di tutti ma nessuno vede è che alcuni docenti e personaggi chiave dell’ECM italiana hanno trasformato se stessi in veri provider a gestione familiare/mista.
Per esempio:
– provider ufficiale: casa editrice/rivista/società scientifica;
– agenzia che gestisce il corso: srl o altra forma societaria di un familiare che cura rapporti con gli sponsor;
– utili: in percentuale variabile suddivisi tra “provider ufficiale”, “agenzia” e “docenti chiave” dell’evento.

Intorno a questo modello sono fiorite miriadi di “alternative” e forse tutto questo meriterebbe da solo una qualche attenzione dall’Agenas che non vede nulla: docenti non retribuiti e docenti pigliatutto

Ma Io aggiungerei che il problema più grosso è un altro ed è inquadrabile all’interno del punto 3 che Luca ha bene sintetizzato (l’assenza di una governance…).

L’assenza di governance da dove nasce se non dal modello organizzativo della gestione degli eventi?

L’ECM è attualmente organizzata come un mercato protetto in cui lo Stato non mette nulla e anzi guadagna dalla tassa che impone. Non abbiamo cifre ma possiamo supporre che Agenas abbia molti vantaggi economici dall’attuale fiorire di corsi di bassa qualità. Raccoglie un tot a punto per ogni partecipante e non ha alcuna ragione per negare visti a nessuno. Tanto l’omertà collettiva (e il reciproco vantaggio di cui parlava Stefano) permette di far fiorire tutto.

I mercanti che sono dentro hanno licenza di vendere i loro punti senza che nessuno li obblighi a fare un buon investimento in grado di restituire qualità.
– Un provider dovrebbe investire in sviluppo e ricerca una parte degli utili?
– Dovrebbe investire nel controllo di qualità?
– E che cos’è il controllo di qualità per un evento ECM? Basta il numero di iscritti costantemente elevato anno per anno per garantire che il corso fornito meriti il bollino ECM? Basta la compilazione del questionario finale che nessuno legge?

Lasciamo perdere l’ECM pediatrica dove io e Stefano siamo in disaccordo e prendiamo un esempio neutrale: i corsi dedicati alle emergenze mediche. Siamo di fronte a un’area che per definizione dovrebbe entrare a buon diritto nell’elenco di cui parla Luca al punto 4.

Questa è un’area in cui mediamente i corsi ECM sono di buona (persino ottima) qualità.
E inoltre è un’area in cui tutta la letteratura è concorde sull’opportunità/necessità di un medico di mantenersi allenato. Rianimazione cardio-polmonare, pratica all’utilizzo del defibrillatore, pratica nella gestione di una inalazione di un corpo estraneo, pratica nella gestione di uno shock anafilattico etc.
E inoltre è un’area in cui tutta la letteratura è concorde sull’opportunità/necessità di ampliare oltre la categoria dei medici le competenze basilari.

Proviamo allora a vedere cosa succede nella realtà italiana.
Trascuriamo un primo aspetto: dei 150 punti ECM del trienni qualcuno dice che “almeno un tot dovrebbe essere dedicato a quest’area”? Eppure eventi sentinella eclatanti (di cui pure si parla ogni giorno nei media da alcuni mesi) imporrebbero scelte di questo tipo.

Proviamo però ad andare oltre e a vedere gli effetti di una mancata governance anche laddove la qualità non è quella dei corsi di bridge.

La domanda sulla governance in questo caso potrebbe essere:
Perché non esiste in Italia un organismo lontanamente paragonabile al Resuscitation Council UK? Organismo sotto la cui egida si svolgono tutte le iniziative di formazione UK attinenti a quest’area.
Quali sono gli effetti di una mancata governance in un’area come questa?
Ragioniamo su cosa succede in Italia grazie alla molteplicità di iniziative affidate all’estro individuale e senza una governance unica?

Per farlo vi chiedo prima di dare un’occhiata attenta a tre “documenti” emblematici:

(1) il sito di Lifesaver curato dal Resuscitation Council UK https://life-saver.org.uk/

(2) il video sulle manovre in caso di soffocamento da corpo estraneo recentemente divulgato dall’Ansa che ha come protagonista/testimonial L. Cuccarini
https://twitter.com/Agenzia_Ansa/status/463663830892314624

3) il promo del progetto MIUR “a scuola si cresce sicuri” (testimonial R. Verdone) reperibile da questo link http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/focus170414

Nino Cartabellotta

Ciao Luca, provo a sintetizzare il mio pensiero sul tema, riprendendo alcuni miei scritti.
Una efficace attuazione del Sistema ECM è condizionata dalla capacità di metabolizzare principi poco appetibili e digeribili, che richiedono di scardinare attitudini e comportamenti consolidati.
1. I professionisti sanitari devono essere consapevoli che gli eventi tradizionali (congressi, conferenze) sono inefficaci nel modificare la pratica professionale e spesso presentano “effetti collaterali” perché il condizionamento degli sponsor è difficile da governare. In secondo luogo, devono convincersi che l’ECM non è un’attività sporadica e opportunistica, ma deve essere realmente “continua” e integrata nell’attività professionale. Infine, devono sviluppare l’attitudine a identificare i propri gap di conoscenza, a formulare adeguati quesiti, a ricercare nuove conoscenze, interpretarle e integrarle nelle proprie decisioni. Questa metodologia configura il self-directed life-long learning e si identifica con l’Evidence-based Practice, inserita dalla ECM tra «le aree di particolare rilevanza per il SSN e i SSR».

2. Le organizzazioni sanitarie devono identificarsi come learning organization, riconoscendo nella formazione continua e nel miglioramento della competence professionale gli ingredienti fondamentali per migliorare la qualità dell’assistenza sino all’eccellenza. Devono inoltre predisporre adeguate leve motivazionali per valorizzare il capitale umano, in particolare attraverso sistemi premianti connessi a indicatori di qualità. Infine, devono rendere disponibili risorse e strumenti per misurare l’efficacia dell’ECM sui comportamenti professionali e sugli esiti assistenziali.

3. Tutti gli attori devono seriamente impegnarsi a gestire in maniera trasparente i conflitti di interesse, consapevoli che la formazione sponsorizzata fa parte di una strategia multifattoriale efficace nel modificare i comportamenti professionali, ma solo in senso market-oriented. Questa formazione è gratuita, permette di sostenere l’ECM senza gravare sul bilancio della pubblica amministrazione, ma rischia di avere un prezzo troppo alto sia per il sistema sanitario, sia per i pazienti.

Inutile dire che… non siamo affatto sulla buona strada

Alessandro Mereu

La questione ECM ha purtroppo il vizio che da studenti il “pensare critico” non è minimamente affrontato e conosciuto.
Provo a formulare alcune idee forse un po’ grezze, circa gli eventi ECM.
1 – Progettare eventi ECM a costi bassissimi o gratuiti (sia come produzione che come accesso): meno soldi girano e meno interessi extra-formativi ci possono essere. I provider dovrebbero avere questo come obiettivo e ancor più le categorie professionali.
2 – Escludere la possibilità che i provider commerciali possano garantire crediti ECM, per non inquinare l’aggiornamento con conflitti di interesse evitabili, dannosi e non utili.
3 – Superare o affiancare il sistema ECM per l’aggiornamento professionale/formazione continua con un sistema continuo di valutazione delle competenze: non serve a nessuno che il medico scaldi la sedia a un congresso e compili un questionario, ma serve che le persone impegnate nei servizi siano sempre aggiornate sulle novità e capaci di mantenere salde le loro competenze, coerentemente con l’attività lavorativa che svolgono in quel periodo. Non per essere vessatori, ma il SSN deve poter contare su personale aggiornato e preparato.
4 – Privilegiare l’aggiornamento professionale associato alla formazione continua on-job e tra pari, valorizzando anche normativamente tutte quelle attività già esistenti che mirano a questo obiettivo.
5 – Dare più rilievo alla formazione interprofessionale e intergenerazionale.
6 – Escludere l’attività congressuale classica dai metodi di assegnazione ECM. Siamo tutti consapevoli che non si va ai congressi per aggiornarsi/formarsi ma per incontrare colleghi a vario titolo (e non è affatto sbagliato, anzi, ma è una cosa diversa).

Paolo Fiammengo

A scanso di equivoci dichiaro subito il mio “conflitto di interessi” per affinità ideologica con Salvo Fedele, del cui gruppo di formazione faccio parte da alcuni anni.

Il dibattito che si va svolgendo su queste pagine contiene contributi molto interessanti che affrontano un tema intorno al quale ci si confronta poco.

Provo a farne una breve sintesi ad uso almeno personale sottolineando alcuni stimoli forti che a parer mio potrebbero indicare linee di indirizzo per possibili (auspicate) azioni comuni.

Il primo riguarda la centralità della formazione che continua (forse per cultura) qui in Italia ad essere considerato una specie di sfizio, un di più di cui fregiarsi, una perdita di tempo sottratto all’attività lavorativa che viene infatti concepita senza spazi ad essa dedicati.

Devo dire che stupisce la miopia dei dirigenti delle aziende sanitarie,in genere privi di proposte in questo senso e comunque sempre e solo finalizzate a permettere un qualche risparmio (quasi che un medico competente non fosse di per sé la miglior garanzia all’uso corretto delle risorse).
Ma stupisce ancor di più la scarsa capacità di elaborare proposte innovative, di investire una qualche risorsa su progetti formativi concepiti secondo alcune delle indicazioni comparse nelle righe più sopra da parte delle società scientifiche che quasi mai hanno al centro delle loro attività la formazione e hanno finito con l’accettare la logica dei punti un tanto al kilo (o meglio all’euro).

Il secondo ha a che fare con l’analisi dei contenuti che deve avere una ECM moderna, attenta alle esigenze di salute e che sappia approfittare delle tecnologie e dei mezzi informatici oggi a disposizione:

* l’individuazione di macroaree di interesse collettivo, con risorse dedicate (anche al di fuori del circuito dell’ECM) e prevalentemente sotto l’egida delle istituzioni
* I bisogni formativi specifici, individuati dai professionisti nel corso della loro professione (per l’appunto “sul campo”)
* L’utilizzo consapevole del web 2.0 per sua natura bidirezionale e di cui spesso si dimentica la vocazione: il confronto e la condivisione

Il terzo è rappresentato da un auspicio personale: fa bene Luca de Fiore a mettere alcuni paletti (i 5 + 5) ma stiamo attenti a non trasformali in uno steccato al di fuori del quale esiste solo l’indimostrabile. La formazione può essere davvero vivificante per chi passa le giornate in uno stanza di 4 metri per 4, deve essere utile (ci mancherebbe) e possibilmente divertente.

Ldf

Nota interessante e condivisibile. D’accordo anche sullo “spirito” che credo inviti a non stabilire paletti una volta per tutti: non trascuriamo che le attività formative dovrebbero adattarsi ad un insieme di professionisti in crescita (in … cammino professionale, umano, culturale?) per cui sia gli strumenti (la forma) sia i contenuti (la sostanza) dovrebbero sempre essere messi in discussione. Credo che l’importante sia trovare un accordo sulla necessità di una valutazione costante non solo dell’efficacia degli “eventi” ma anche – se non soprattutto – della loro efficacia/efficienza in relazione ai bisogni di salute dei cittadini.

salvo fedele

Caro Luca, Cari tutti
Volevo scusarmi perché da alcuni giorni non riesco a concludere il ragionamento che stavo sviluppando nell’ultimo mio intervento.

Ma in fondo anche questo è un esempio di come la scrittura cambia grazie all’interazione e alla partecipazione a un confronto vero.

Vi spiego cosa mi è successo

Stavo rielaborando le mie idee per rendere in maniera il più concisa possibile le mie conclusioni sui corsi ECM per l’emergenza.

Stavo analizzando il database Agenas per dare dei dati su quello che intendevo dire a proposito delle società scientifiche che si occupano di emergenze

Per caso mi sono così imbattuto in un corso particolare dedicato alla “cura con il sorriso” e promosso proprio da una società scientifica che si occupa di emergenza

Ancora un esempio e soltanto un esempio dell’incapacità di Agenas di vedere?

Molto di più e ne parleremo presto (appena mi riprendo)

Intanto date un’occhiata a questa nota
https://medium.com/oltre-doctorbridge/b4b05403e21c

Pippo Bruno

Ho seguito il dibattito e vorrei aggiungere alcune informazioni… Le cifre ci sono.
Per capire il giro di denaro che genera il sistema ECM bisogna guardare nei documenti della Corte dei Conti e dell’Agenas, l’agenzia alla quale sono state trasferite le competenze in materia di formazione prima in carico al Ministero della Salute.

Da questi emerge che (dati 2012) oltre 15.000.000€ derivano dalle entrate relative all’attività di gestione del Sistema nazionale di Educazione Continua in Medicina alle quali si aggiungono tra gli altri i trasferimenti correnti da parte dello Stato per altri 7 milioni e mezzo (1e 2) che riguardano le attività di gestione dell’agenzia.

Si tratta di un mercato che coinvolge oltre 4.000 provider che pagano, oltre ai costi per le specifiche iniziative, una quota fissa annuale di 2.582€ (quota rivista con decreto del 2013) (3)

Basta così? Non sembra. Infatti in base ad una sentenza del 2011 (21.817 del 20 ottobre) le Aziende Sanitarie sarebbero state sollevate da obblighi contrattuali relativi alla formazione promuovendo di fatto “un libero mercato” i cui costi saranno sempre più a carico dei singoli operatori sanitari (o degli sponsor che pagheranno per loro) il cui verosimile risultato sarà un ulteriore aumento di entrate per il futuro.

1: http://www.corteconti.it/opencms803/opencms/handle404?exporturi=/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_controllo_enti/2014/delibera_27_2014.pdf&%5d
2: http://www.agenas.it/trasparenza/Documenti/Conto_consuntivo_2012.pdf
3: http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2013/08/08/13A06694/sg

Salvo Fedele

Dopo l’intervento di Pippo Bruno, Luca devi correggere l’affermazione iniziale
“il controllo della qualità degli eventi è molto complicato perché le forze a disposizione di Agenas non sono tali da garantire l’attenzione e la tempestività che sarebbero necessarie”

con 15 ML di Euro (l’anno) le forze per un po’ di attenzione dovrebbero averle!


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Jeanne Lenzer

Man Booker Prize winner Saunders explains how to write. Oh so true, so true: pic.twitter.com/UUNhv4TDVN

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