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L'inafferrabile nascondiglio dell'innovazione

Una prima innovazione sarebbe scrivere di innovazione senza annoiare chi prova a leggere. Ci pensavo ieri sfogliando Affari e Finanza di Repubblica: diverse pagine presentavano Next, l’insieme di appuntamenti di scienza e tecnologia previsti a Trieste nei prossimi giorni. Un misto di cose che davvero alla fine non capisci, quella parola là, cosa vuol dire.

Pensavo di essere io e invece apro La lettura del Corriere della sera e ho conferma che il trucco è questo: dentro alla “innovazione” ci facciamo stare tutto quello che ci fa comodo. “Il perimetro di ciò che chiamiamo innovazione si è straordinariamente allargato”, ci avverte l’articolo, forse perché l’idea stessa di innovazione sta cambiando. “Non è una forza, ma un campo di forze. Non è una singola invenzione ma una piattaforma su cui molti elementi trovano posto e si combinano secondo la chimica di una nuova formula”. Una piattaforma: ti pareva che non c’era una piattaforma da qualche parte.

La massima comodità però è questa: “Ciò rende l’innovazione più nascosta e inafferrabile: più ardua da misurare con gli indicatori che compongono le statistiche tradizionali.” Tipo che se qualcuno ti chiede “Ma che sarebbe ‘sta novità?” sei autorizzato a invitarlo a usare un sistema di misurazione diverso non basato su indicatori tradizionali.

Messi via i quotidiani italiani, sul Wall Street Journal il chirurgo Marty Makary (quello che ride nella foto accanto: autore di Unaccountable: What Hospitals Won’t Tell You and How Transparency Can Revolutionize Health Care) dice cinque cose nuove da fare subito per “innovare” (non c’è scritto, ma lo dico io) le cure al malato:

  • ogni ospedale deve pubblicare indicatori di esito per le procedure chirurgiche principali: decessi, infezioni, complicanze. Se sto male devo sapere che risultati ha chi mi cura o mi opera;
  • gli ospedali dove lo staff non collabora non devono essere accreditati: senza lavoro di gruppo  non c’è sicurezza;
  • le procedure  devono essere riprese da videocamere: se il lavaggio delle mani è controllato da una cinepresa le infezioni si riducono del 90 per cento. Se la durata della colonscopia è successivamente verificata da un collega l’accuratezza aumenta del 30 per cento;
  • al termine della visita o del colloquio, il medico deve ripetere ad alta voce gli appunti che ha preso, così che il paziente possa eventualmente correggere errori o incomprensioni (“il dolore è sulla destra, dottore, non a sinistra” o “l’ultimo richiamo di vaccinazione due anni fa, non sei mesi”);
  • non vietare al malato di fare un esposto nei confronti del medico o dell’ospedale: al contrario, serve maggiore trasparenza e responsabilità da parte delle strutture sanitarie.

Quello del WSJ è un articolo chiaro che dice cose facili da capire. Non parla di campo di forze e neanche di piattaforme.

L’innovazione sicura è iniziare a fare qualcosa che da tempo sappiamo che funziona ma che ci ha sempre fatto fatica.

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…