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Cosa manca alla "comunicazione"?

Troppo interessante per essere solo un “Commento”.

Scrive ieri sera Franco Galanti a dottprof a proposito di “comunicazione”:
1) manca la volontà di dialogare (se non per strettissime necessità in tempi minimi segnati dgli sms) – la sola volontà che implichi l’esercizio all’ascolto e lo sforzo razionale e/o empatico alla comprensione del contesto e del discorso;
2) manca la convinzione che la comunicazione sincera sia imprescindibile oggi nei sistemi complessi tra cui quelli sanitari;
3) manca la fiducia che la comunicazione migliori di per sè, cambi  in meglio il nostro modo di agire, in moltissimi casi;
4) il fattore più critico: manca la comunicazione – ponte, quella che si instaura a prescindere dalle presunte appartenenze di ruoli e identitarie.

Prosegue Galanti: manca il dialogo tra le frontiere, per cui un medico parla solo di certe cose con l’infermiere, con il paziente; e lo specialista di un certo settore (per esempio, il chirurgo) parla solo di certe altre cose in un certo modo, con lo specialista di un altro ambito (l’internista, o il Direttore aministrativo, o il neurologo, o il dietista), mentre di questioni trasversali in cui essere specialisti è a volte persino impossibile (per es. impreciso di generali questioni organizzative, e lavorative, di ruoli entro la sanità, di rischi embricati, di questioni etiche, di innovazione, …) ‘sul lavoro’, di solito non si comunica mai. Son queste cose di cui si parla tutt’al più su internet, o si legge sui giornali, ma per lo più nel proprio singolo contesto non fa presa il dialogo su certi temi…”

Fin qui, la nota di Franco Galanti. Poco da aggiungere, se non riferirsi a una suggestione estiva nata dalla lettura di un piccolo, denso libro di Luigi Zoja, La morte del prossimo. Sembra che la cosiddetta “globalizzazione” (parola abusata, da discutere o usare meno possibile) abbia sì reso più vicini mondi e persone remote, ma rendendo lontano chi ci è più vicino. Il “prossimo” è un invasore: sia il migrante che giunge su un peschereccio allo sbando, sia il familiare di un malato che prova a bussare alla nostra porta – non dico per “comunicare” ma… – per avere un’informazione.

Chi è a noi più “prossimo” è artificialmente distanziato da fossati o, più spesso, da muri sempre meno metaforici. Picconato a Berlino, il muro è tornato in Palestina, irriso dai graffiti di Bansky che aprono squarci illusori. Ancora: è in costruzione nel Chiapas, per tenere distanti i migranti guatemaltechi. Dal Messico? Più probabilmente dagli Stati Uniti, considerato che ogni anno sono 500 mila gli indios che entrano clandestinamente negli Usa. Distanze artificiali per non evitare contaminazioni, per non comunicare, evitando le condizioni stesse che possono instaurare dialoghi. Leggendo Zoja pensavo a giovani medici e infermieri “di riferimento”; troppe volte sono loro i delegati a “informare” pazienti e familiari. Chi decide strategie diagnostiche e terapie o immagina prognosi si sottrae alla “comunicazione sincera” di cui dice Galanti, delegando.

Manca la comunicazione-ponte e la frontiera è allontanata. Malati come migranti in ospedale.

Comments

2 Comments

silvana quadrino

Totalmente d’accordo, con una aggiunta:teniamo conto dell’aspetto “fatica”: comunicare con attenzione, con cura, con sincerità, con rispetto dell’altro è faticoso; in un ambiente complesso come quello sanitario lo è maggiormente. Compaiono due esigenze imprescindibili: la condivisione, da parte dei cosiddetti vertici dell’organizzazione, dell’importanza della comunicazione come fattore di qualità; e il riconoscimento ai professionisri sanitari del diritto a formarsi adeguatamente per migliorare la qualità della comunicazione. Altrimenti passa il pericoloso e semplicistico messaggio che buona comunicazione coincida con buona educazione ( sarebbe già molto… ma non basta!), e che sia sufficiente il famigerato e pericolosissimo “buon senso”.

salvo fedele

Aggiungo una cosa ovvia che forse era già nelle parole di Silvana Quadrino.

La comunicazione è la Skill più importante che deve sviluppare un medico nel corso della sua professione.

Quella che più di tutte sintetizza il percorso del lifelong learning.
Per usare le parole di Atul Gawande:
“requires going from unconscious incompetence to conscious incompetence to conscious competence and finally to unconscious competence”.

Per sviluppare questa “unconscious competence” non basta un “corso sulla comunicazione” ci vuole molto di più.

http://prezi.com/9-y_qzfglhwy/coaches-comunita-di-pratica/


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Jeanne Lenzer

Man Booker Prize winner Saunders explains how to write. Oh so true, so true: pic.twitter.com/UUNhv4TDVN

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…