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"Andar per bacche" e per scoperte inaspettate

“Sistematico”, “coerente”, “rigoroso”: sono parole usate sempre più spesso. Per fortuna. A patto di lasciare uno spazio (piccolo, intendiamoci) anche per ciò che non è sistematico, nè coerente, nè rigoroso. Perché l’impressione è che – a forza di “sistematicità” – si finisca col perdere qualcosa. Riflettere vuol dire anche lasciare spazio al caso confidando sulla possibilità di scoprire cose importanti e inaspettate.

Sorprese accidentali dovute alla “serendipity”. Medici, bibliotecari, infermieri, ricercatori: più si cerca, maggiore è la probabilità di trovare qualcosa di inatteso. La serendipity può confermare un risultato, rinforzare una convinzione; ma anche indicarci nuove strade alle quali non avevamo pensato. Più siamo a contatto con persone che non sono del nostro ambito, più è probabile che arrivino senza preavviso “buone notizie”.

Ci vuole il “berrypicking”, dicono gli inglesi. Andar per bacche, come a cercar fragole o mirtilli (i lamponi e le more sono più prevedibili). Berrypicking anche (soprattutto) nella ricerca di documentazione che dovrà sì, essere “sistematica”, ma dovrà comunque dare spazio a momenti di libertà. Come fare? Anche in questo caso, un metodo può aiutare.

1.Farsi consigliare delle letture. Chiedere bibliografie.

2. Fare collegamenti (chaining). Seguire le citazioni di un documento e poi ancora “rovistare” nelle bibliografie e nei riferimenti degli autori citati.

3. Sfogliare, oltre che leggere (browsing). Mantenersi aggiornati anche su ciò che sembra interessarci solo indirettamente.

4. Seguire delle fonti di cui ci fidiamo (monitoring), iscriversi a e-alert di riviste che ci piacciono, aprire “sistematicamente” siti interessanti.

5. Approfondire contenuti segnalati dalle fonti alle quali siamo approdati (extracting).

Sono i suggerimenti di David Ellis, in un classico articolo uscito nel 1993 sul Library Quarterly.

Questione di fortuna? Può darsi. Ma molto dipende anche dal nostro atteggiamento: “the researcher need to cultivate a mind-set that examines a range of unusual sources as potential contributions to the research project”, scrivono Nutefall e Mentzell Ryder sul Journal of Academic Librarianship. Talvolta basta poco:  come un tempo si raccomandava di scorrere con gli occhi gli scaffali sopra e sotto a quello nel quale avevamo trovatoil libro che ci interessava, oggi il consiglio è di guardare almento la Table of Contents del fascicolo che ospita l’articolo appena scaricato da internet. La ricerca (clinica, bibliografica, di ogni genere)  non dev’essere la somma di fatti ma “a generative activity” in cui ogni fonte, ogni testo consultato sia considerato come un elemento di una conversazione più ampia, di un lavoro che coinvolge tante persone, motle delle quali noi neanche conosciamo.

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Luca De Fiore

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