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La seduzione dell'impact factor

“L’impact factor rappresenta uno dei criteri di valutazione, ma non certo l’unico o principale criteri al quale la commissione debba attenersi”. Così si è espressa la sesta sezione del Consiglio di Stato (decisione n. 3561/2010) “riformando – come ben spiega Manuela Perrone sul Sole 24 Ore Sanità – una sentenza del TAR del Veneto con cui i giudici amministrativi avevano annullato la selezione di un associato di malattie infettive all’Università di Verona”. Anche l’università inizia a chiedersi se davvero l’IF possa guidare la scelta dei candidati alle docenze…

1. L’impact factor (IF) misura il numero di citazioni ottenute da una rivista da parte di altri periodici inclusi in un database gestito da una società privata che è riuscita a non dichiarare mai in maniera del tutto esplicita quali siano i criteri di determinazione dell’IF (The PLoS Medicine Editors. The impact factor game. PLoS Med 2006;3:e291. doi: 10.1371/journal.pmed.0030291).

2. Se un autore pubblica su una rivista a IF elevato non è detto che sia un ricercatore di valore, perché l’articolo a sua firma potrebbe non aver concorso affatto al risultato positivo conseguito dal periodico.

3. Per la determinazione dell’indice di produttività dei singoli ricercatori esistono altri software che producono degli indicatori ad hoc, come InCites – gestito dalla stessa società che cura l’IF.

4. In assoluto, l’IF non dà garanzie di qualità: un articolo più citato non è necessariamente un articolo migliore. Basti pensare che l’articolo “Comparison of upper gastrointestinal toxicity of rofecoxib and naproxen in patients with rheumatoid arthritis” di Claire Bombardier et al. (NEJM 2000;343:1520-8). ha avuto ad oggi oltre 3.000 citazioni nella letteratura accademica nonostante si tratti di un esempio di letteratura medica condizionata da conflitti di interessi e da distorsioni metodologiche gravi e pericolose per la sanità pubblica (Topol E. Failing the public health – Rofecoxib, Merck, and the FDA. NEJM 204;51:1707-9).

5. Per tornare all’ambito universitario, un ricercatore meritatamente molto citato sulla letteratura scientifica potrebbe essere un didatta peggiore di un collega attivo in un ambito di ricerca meno premiante e pertanto con minore visibilità sulle riviste internazionali.

Ciononostante, la tentazione di fare a gara su chi ha l’IF più alto è troppo forte. The Lancet ha orgogliosamente indossato la coccarda con cui annunciava di aver superato la fatidica soglia di 30 (per la precisione: 30,758) confermandosi al secondo posto tra le riviste della categoria “General Medicine”.

Coccarda che è durata poco sulla homepage del sito; e desta un po’ di sorpresa la nota del 10 Luglio con cui il direttore Richard Horton sembra suggerire ai lettori di non fidarsi troppo di questa misura bibliometrica, addirittura sottolineando i meriti di una fonte come il Cochrane Database of Systematic Reviews (IF 5,65), potenzialmente concorrente del settimanale londinese e scrivendo come segue: “Users of the medical literature should start paying more attention to the Cochrane Database of Systematic Reviews, and less attention to some better known competitors”.

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Bishal Gyawali

MITO trials have always been instrumental to guide ovarian ca Rx. Congrats again @fperrone62 and team on this important work. twitter.com/fperrone62/sta…

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…