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Le riviste scientifiche fanno un sacco di soldi: chiuderanno?

ROCHRF-00015216-001Stai leggendo gratis. E senza pagare una lira (un euro, pardon) puoi leggerti anche Malcolm Gladwell sul New Yorker, Chris Anderson e Michael Nielsen sui loro blog: tutti a scrivere sull’economia del dono e sulle sue conseguenze nel campo della comunicazione. In poche parole: Anderson è stato tra i primi a sostenere che “information wants to be free”; l’era digitale non ammette discussioni e, come per la legge di gravità la mela finirà per forza per caderti in testa, così anche la stampa chiuderà i battenti. Questione di tempo, solo questione di tempo. In qualche circostanza, di mesi; in altri casi dovremo aspettare qualche anno. Gladwell ha più di un dubbio: alza il sopracciglio sui “visionari di Wired” e fa l’esempio di YouTube, che quest’anno perderà qualcosa come mezzo milione di dollari. Alla faccia del “free”.

Perde di meno, ma perde, anche una gloriosa rivista di medicina interna come gli Annals of Internal Medicine. Hal Sox, grande direttore, lascia e nel suo editoriale di commento avverte i lettori del pericolo: “Good journal editing is very expensive, and the resources to support it are shrinking”. Poi aggiunge: “The economics are worrisome. The theory behind the business model for Web-based media—whether medical journals or newspapers—is that more pairs of eyes on a Web display will increase advertising revenues. Newspapers have bet heavily on this model and have made their content freely accessible to attract readers. However, this strategy is not working. Although the New York Times has vastly increased its readership through Web publication, print subscriptions and print advertising are decreasing, and Web-based advertising is far too small to support its staff. A business model of Web publication that depends heavily on advertising may not work for clinical journals either.” In sostanza: bambole, non c’è una lira.

Sembrerebbe una messa da requiem ma ancora non lo è: piuttosto, siamo in una fase di grande incertezza:

  • il mercato europeo STM (scientifico, tecnico e medico) ha guadagnato nel 2008 il 4,5% rispetto all’anno precedente;
  • non male, ma è l’aumento più contenuto dal 2001; 
  • i ricavi della più grande casa editrice del mondo, la Thomson, provengono per l’80% dal digitale ;
  • è digitale il 50% dei ricavi dalle subscription delle riviste STM.

Eppure, gli Annals non ce la fanno e, come avverte Nielsen non senza ragioni, “scientific publishing is in the early days of a major disruption“.  Perché? I risultati della ricerca (almeno di quella che conta) saranno presto accessibili gratis in database su web; sulle riviste troveremo commenti e dibattiti: opinioni, dunque, che dovranno farsi desiderare (“apprezzare”, è il caso di dire) di più dei post dei blog di scienza curati da premi Nobel, da “medaglie Fields” per la fisica, da clinici e ricercatori super conosciuti… Se le opinioni di persone così sveglie possiamo conoscerle gratis, perché spendere una valanga di soldi per abbonarsi alle riviste scientifiche?

Forse perché – quando sono ben fatte – le riviste garantiscono una cornice che aiuta a interpretare le opinioni di chi scrive. E’ probabile che non siano molti i lettori che sentono questa esigenza. Da una parte, il sovrappiù di informazioni ci fa sentire il bisogno di un ri-orientamento; dall’altra, il ritmo di produzione di letteratura scientifica ci impedisce di trovare il tempo di interpretarla…

E’ un momento di crisi che espone a molti pericoli:

  • la chiusura/ristrutturazione di riviste prestigiose, come gli Annals;
  • l’alleggerimento degli staff editoriali e la conseguente minore attenzione alla qualità dei contenuti;
  • un maggiore potere contrattuale degli editori (che rispondono agli azionisti) nei confronti delle direzioni scientifiche delle riviste (che rispondono ai lettori);
  • la preferenza per forme di finanziamento dei media scientifici molto meno trasparenti che in passato, quando le industrie investivano in pubblicità;
  • la creazione opportunistica di periodici “scientifici” farlocchi che sono in realtà (poco credibili) strumenti di unj marketing farmaceutico comunque alla frutta.

 

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She is a 20 yr old w leukemia who “had recently suspended treatments because she maxed out the annual limit on her health insurance...If 3 people are willing to pay $120,000 or more for a banana, she said, then surely there are people who will help with her hospital expenses.” twitter.com/nytimes/status…

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…