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Il tormentato "Infinito" di Pericoli

Primi verdi_PericoliI paesaggi sono come i volti, dice Tullio Pericoli. Col passare del tempo, si scavano solchi, se non governati i confini si sfaldano, diventano meno precisi. I paesaggi che dipinge sono come i volti che ritrae: col passare degli anni si perde la morbidezza delle colline, la profondità delle prospettive, la serenità dei cieli. Alcune tra le tele più recenti tra quelle esposte nella splendida mostra di Ascoli Piceno sono mura ripide di terreni scoscesi, privati dalla fuga degli orizzonti.  Il colore – spesso, gessoso – è un cerone sul territorio dolente, attraversato da solchi, graffiato da passagi di chiodi affilati che riproducono suggestivamente fossi steccati forre barriere discontinuità di colture. Come le rughe sui ritratti di Beckett – che progressivamente prendevano il sopravvento sulle altre componenti del volto, “Sedendo e mirando” Pericoli sottrae elementi, proponendoci panorami sempre più scavati e scoscesi. Via gli epici cavalieri delle miniature giocose degli anni Ottanta e i frutti fantastici delle isole di Robinson; via la mano del pittore o l’osservatore che di spalle contemplava i paesaggi pochi anni fa: hanno lasciato il posto a panorami invernali, alla fine di stagioni, al ghiaccio di albe gelate. E il percorso si rivela in un piccolo olio che ha il sapore di un’epifania, l’Omaggio a Giacomelli, il grande fotografo marchigiano. “Nei paesaggi – dice Pericoli – io dipingo la mia inquietudine, non la realtà della dolcezza o l’armonia delle colline marchigiane o italiane. Dietro quelle rappresentazioni di dolci colline, armoniose e ancora belle, si nasconde un ribollire dell’anima, un’inquietudine, un tormento interiore.”

E’ un modo diverso di vedere il mondo e gli altri;  “Dipingere un paesaggio – ha detto Pericoli a Claudio Magris in un colloquio pubblicato sul Corriere della Sera – non è come dipingere un oggetto qualsiasi; tra pittore e paesaggio non c’ è soluzione di continuità, quel paesaggio, pur lontano, è anche sotto i miei piedi. La pittura di un paesaggio tende a cancellare i confini tra uomo e natura. Mescolare la materia e i colori per ottenere qualcosa di simile alla natura, crea un contatto, una quasi miracolosa vicinanza”. E’ questa complicità a innescare un’attenzione diversa nell’artista, così che “il paesaggio diventa un pretesto per una cartografia interiore e visionaria, una geografia di idee e di affetti”, come scrive Elena Pontiggis presentando la mostra.

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Luca De Fiore

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